Un tradimento per poveri e disoccupati

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Ecco perché il reddito di cittadinanza non è né carne né pesce

La dignità è un concetto di cui questo governo abusa spesso, finendo per toglierla a coloro che certamente ne hanno più del Ministro del lavoro. Il giorno dopo la presentazione del “decretone”, a preoccuparci non devono essere Salvini e Di Maio, ma le persone. I poveri e i disoccupati che da mesi aspettano di capire come funzionerà, di quanto sarà, come arriverà il reddito di cittadinanza. Quelle persone che il giorno dopo le elezioni si misero in fila agli sportelli dei CAF per chiedere il reddito di cittadinanza. Immaginateli ieri sera, davanti alla televisione, mentre il telegiornale mostra in diretta la conferenza stampa dei due vicepremier del popolo. Sullo schermo passano le slide, la voce di Luigi Di Maio in sottofondo parla di miracoli, di gioia di speranza. E loro invece iniziano a farsi i conti in tasca, preoccupati.

Il reddito doveva essere di 780 euro, ma arriverà a quella cifra solo per chi sta pagando un affitto o un mutuo, come se chi vive in povertà assoluta potesse avere sulle spalle un affitto o un mutuo. Per tutti gli altri (cioè tutti) la cifra sarà poco più alta del REI. Doveva essere universale, ma chi se n’è andato per qualche tempo a lavorare all’estero non lo prenderà, così come non lo prenderanno gli immigrati che vivono, lavorano e hanno figli che vanno a scuola nel nostro Paese, se non sono qui da almeno 10 anni. Doveva prevedere personale specializzato per seguire i disoccupati nella ricerca di un lavoro, ma i “navigator” saranno cococo pagati a cottimo, che per campare dovranno concentrarsi sulle persone “più forti” sul mercato del lavoro. Dovevano essere potenziati i centri per l’impiego, ma le regioni sono state convocate l’ultima volta tre mesi fa: se non sarà raggiunta un’intesa con loro, il decreto rischia di essere incostituzionale. Dovrebbe funzionare tutto tramite fiammanti piattaforme informatiche, ma al sud ci sono CPI senza connessione ad Internet. Come comunicheranno con INPS, comuni, regioni, Ministero del lavoro, Anpal servizi… Doveva puntare tutto sulla formazione, ma l’assegno di ricollocazione creato dal PD ci sarà ancora solo nel 2019. Doveva essere un miracolo, ma infilarsi in questo labirinto burocratico per molti potrebbe trasformarsi in un incubo.

Perché il reddito di cittadinanza non è né carne né pesce. Nè una politica attiva del lavoro nè una politica di contrasto alla povertà: è una mancia elettorale. Di miliardi ne sono rimasti solo 6 dei 17 sbandierati per anni, ma l’importante sarà farli arrivare prima delle elezioni europee: e adesso sarà corsa contro il tempo per riuscirci. Per questo si può andare alle poste anziché in una struttura pubblica. Per questo prima si riceve una mensilità e solo dopo si va nei CPI, si firma un patto, si inizia (forse) un percorso di inserimento. Perché ad aprile/maggio, una mensilità la devono poter incassare tutti. Poi si vedrà. Poi arriverà la realtà. E la realtà sarà amara. Perché se si sfondano i tetti di spesa, il sussidio cala per tutti. Perché le tre offerte di lavoro, in un’Italia sull’orlo della recessione e con tutti gli investimenti e le grandi opere bloccate, semplicemente non arriveranno. E allora basterà poco per i furbi per continuare a prendere un po’ di sussidio: basterà lavorare in nero.

Il reddito di cittadinanza è un tradimento. È un tradimento per i poveri, i disoccupati e gli onesti, ai quali non darà nessuna risposta. È una legge verticistica, scritta a tavolino negli uffici del Movimento anziché con chi si occupa di lavoro e di povertà ogni giorno. Pensata per il consenso anziché per il lavoro. E’ uno strumento che anziché essere vicino alle persone, restituisce l’idea di uno Stato lontano, burocratico, irraggiungibile, di fronte al quale i cittadini rimangono di nuovo soli, soggiogati dalla propaganda della paura e dell’insicurezza. Mettere al centro il lavoro e far arrivare loro l’idea di un’Italia diversa, è il compito imprescindibile del Partito Democratico per i prossimi mesi.

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