Un uomo solo che non comanda più

Focus

La crisi dell’esperimento gialloverde non inizia con lo scandalo di Mosca ma con l’appannamento del M5S. Di fatto la maggioranza non c’è più

Con la “crisi russa” siamo davanti al collasso dell’esperimento gialloverde. Al di là della data delle elezioni la maggioranza di fatto non c’è più. Ma lo scandalo di questi giorni – è penoso che l’avvocata Bongiorno parli di “trappola” – è solo l’ultimo miasmo di una situazione, avrebbe detto Gramsci, quanto mai “gelatinosa”.

L’esperimento gialloverde è cominciato a entrare in crisi nell’autunno scorso con i primi segnali di difficoltà del M5S. La crisi della legislatura coincide con la crisi dei grillini. Prima gli scandaletti romani, con il presidente del consiglio comunale di Roma De Vito in galera, dove sta tuttora, poi qualche dissenso esplicito dentro un clima generale di nervosismo dei gruppi parlamentari, le pessime performance dei ministri grillini – Toninelli ne è l’emblema -, l’emergere di un doppio protagonismo uguale e contrario di Fico e Di Battista, l’eclissi di Grillo e l’evanescenza di Casaleggio, le tremende prove di Raggi, Appendino e Nogarin, infine i disastri elettorali prima nelle regioni e poi alle Europee con il passaggio dal primo al terzo posto. La leadership di Di Maio è risultata troppo debole per invertire la rotta e oggi le personalità che abbiamo prima menzionato lo hanno sostanzialmente commissariato. Alla prova del governo il M5S ha fatto naufragio e Di Maio passerà alla storia come il nocchiero di questo naufragio.

La crisi del M5s appare irreversibile proprio perché la Lega se l’è mangiato. Spiega Massimiliano Panarari, politologo, autore del saggio Uno non vale uno: “Siamo davanti a una parabola esemplare della ‘politica intermittente’ tipica di questa epoca. Al M5s oggi servirebbero tre cose: una leadership carismatica; una piattaforma politica chiara; una comunicazione efficace. Oggi non ha nessuna di queste tre cose”. Sembra una partita finita.

Con l’appannamento dei grillini si innesca il processo più importante cui abbiamo assistito in questi mesi: il boom della Lega di Salvini. Autentico vaso comunicante, la Lega raccoglieva il consenso che Di Maio via via perdeva. Come ha sempre sostenuto un osservatore attento come Jacopo Iacoboni, in questo senso M5S e Lega sono politicamente più o meno la stessa cosa. I loro gruppi dirigenti sono difficilmente distinguibili. Le loro politiche anche (macroscopica la concordanza sull’immigrazione, dove però è il capo della Lega a dettare l’agenda). Era fatale che prima o poi uno divorasse l’altro.

Insomma, la legislatura nata sotto il segno del “rivoluzionario” nuovismo grillino in un anno e mezzo è diventata la legislatura della reazione leghista. Come nella Rivoluzione francesesi parva licet – abbiamo avuto tre fasi in pochissimo tempo: il Giacobinismo grillino al potere, il Termidoro contiano, il bonapartismo (da osteria, certo) di Salvini.

È chiaro che un simile sconvolgimento politico non può non terminare che in una catastrofe. E nell’avvento di un altro schema politico, forse tendenzialmente bipolare.

In questi giorni poi è entrata in difficoltà la Lega. Per le note vicende del Moscagate, certo. Vicenda oscura dalla quale Salvini, ad onta della sua tanto decantata abilità, non riesce a districarsi.Ma lo scandalo Lega-Russia è solo il classico detonatore, l’Albergo Pio Trivulzio del ministro dell’Interno. Sotto traccia infatti covavano già elementi di crisi del salvinismo. Troppo potere: ministro dell’Interno, dell’economia, del lavoro, degli esteri. Amico di Putin e amico di Trump.

Forse – ora lo capiamo meglio – l’uomo è stato vittima di un delirio di onnipotenza, inebriato da percentuali da Democrazia cristiana, ospitato ovunque, vezzeggiato nella vita privata… Il successo dà alla testa. I freni inibitori si allentano. La prudenza, virtù essenziale in politica, viene messa da parte. Tutto è permesso, come dice Ivan  Karamazov. E si può dunque impunemente andare a Mosca circondato da questo e da quello per fare qualunque cosa. È la goccia che fa traboccare un vaso già colmo di arroganza, dispregio delle regole, scivolamenti d’immagine, emersione di casi opachi, da Legnano a Siri a Rixi. Le moine dei conduttori tv non bastano più. I giornali cominciano a fiutare un’aria strana. Poi arriva Savoini, il Mario Chiesa della Lega. È presto per dire se arriveranno le monetine, ma non è affatto escluso. Certo – come ha scritto Alessandro Sallusti – “l’aria è cambiata”.

Ci spiega Pierluigi Castagnetti, politico di lunghissimo corso: “Questa vicenda gli sta facendo male. teme la figuraccia del fuggitivo che non capisce se c’è dietro qua qualcuno, e chi. Ma non credo si possa parlare di crisi. Non dobbiamo dimenticare la sua abilità nel fomentare le paure. Come Berlusconi: allora erano i comunisti, oggi i migranti. Certo, oggi Salvini è più infragilito di ieri”. Una situazione nuova.

Quello che infatti è sicuro è che il ministro della paura (Saviano dixit) per la prima volta ha paura lui. Salvini si accorge che le battute smargiasse non lo salvano più e, cosa per lui inedita, preferisce non rispondere a domande scomode che gli piovono sulla testa come gocce cinesi. Come Berlusconi non rispondeva alle dieci domande di Repubblica – come ricorda il direttore del Mulino Mario Ricciardi esattamente dieci anni fa. Vede palazzo Chigi smentirlo con note ufficiali – “Conte mi ha pugnalato”, riferisce La Stampa, sente il capogruppo grillino Patuanelli ronzare, “bisogna chiarire”, persino la fida Meloni parla d’altro, teme che Di Maio voglia risalire la china spinto dal vento di Mosca.

Dal Quirinale nulla si aspetta, semmai il silenzio operoso del Colle lo inquieta, capisce che lì non avrà sponde, ove volesse rovesciare il tavolo. Forse viene anche a sapere che pezzi importanti della Chiesa italiana,come al solito sensibilissima alle novità, comincia sul serio a muoversi, in sintonia con i mille richiami del Vaticano che sui migranti a Salvini gliel’ha giurata.

I suoi attendenti continuano a ripetere in giro che gli italiani, già in vacanza o quasi, non si lasciano abbagliare dalle sinistre luci dell’hotel Metropole e hanno altro a cui pensare che non agli intrighi internazionali da operetta. Forse hanno ragione. Forse no. Probabile che serpeggino le paure. E qualche Iago si aggira anche fra le tende leghiste. Lo scrive sul Mattino Mauro Calise, uno degli osservatori più intelligenti del panorama italiano: “Nelle retrovie del partito crescono i dubbi sulla direzione solipsista che Salvini ha imboccato”.

Probabile che i sondaggi – per quello che valgono – non rileveranno grandi cambiamenti nel consenso leghista. Ma gli italiani voltano la gabbana con mostruosa rapidità, specie se in autunno non vedranno né Flat tax né altro. Perché è chiaro che Conte e Tria non allargheranno i cordoni della borsa solo per venire incontro alla richiesta di un leader indebolito dallo scandalo internazionale.

Donald Trump disse una frase rimasta celebre: “Potrei scendere in strada e uccidere un uomo e non perderei un solo voto”. Salvini è ancora convinto che lui potrebbe dire oggi la stessa cosa? Improvvisamente, l’uomo più potente d’Italia si sente solo. Cova la stessa rabbia fumante descritta mirabilmente da Antonio Scurati a proposito di tanti momenti della vita di Mussolini, l’uomo politico più solo della storia italiana.

Non è un paragone – anticipiamo le obiezioni di tante anime belle. Ma vi è qualcosa come una coazione a ripetere in questo repentino vacillare del Capo, o Capitano (versione più da bar e perciò nel caso in esame più esatta). Scrisse Vitaliano Brancati nel dopoguerra di “un Paese che da quarant’anni va coprendo tutti gli specchi per dimenticare la sua vera faccia. In questo modo le più gravi esperienze non servono a nulla, il tempo perduto si torna a perderlo, e il piacere di ricadere in un vecchio peccato è più dolce di ogni redenzione”.

Sì, Salvini si aggira nel suo labirinto che pareva incantato. Costretto a sperare che il solleone d’agosto ottunda i cervelli degli italiani. Ma per il momento brancola nel buio. Come Re Lear, come Stavrogin, come il barone di Charlus. È questa la novità: Matteo Salvini ora è un uomo solo, che non comanda.

 

 

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