Aria di elezioni. Renzi orientato a restare segretario

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Mattarella “congela” le dimissioni fino alla legge di Bilancio

Il primo giorno di crisi politica non è stato entusiasmante. Se Matteo Renzi pensava di chiudere la pratica poche ore dopo l’annuncio delle dimissioni del governo si è dovuto ricredere.

Ma paradossalmente, fra le nebbie di una crisi strana, soffia il vento delle elezioni anticipate. Le reclamano Grillo e Salvini, e a sera, destando sorpresa, è Angelino Alfano a prevedere le urne “a febbraio”, addirittura. Renzi ci spera.

In mattinata il premier è salito al Quirinale per un colloquio con il capo dello Stato abbastanza lungo (un’ora) e a tratti teso. Sergio Mattarella vuole pilotare la sua prima crisi in modo ordinato, pur rassegnato all’idea delle dimissioni irrevocabili (niente reincarico dunque), il che carica la situazione di ulteriori incognite.

Ma soprattutto Mattarella ha fatto presente al premier che c’è il problema delicato di mantenere il governo nella pienezza delle sue funzioni fino all’approvazione della legge di Bilancio al Senato. Una delicata ed ineludibile questione istituzionale.

Nel frattempo, nessun “aiuto” da parte delle opposizioni, peraltro divise su tutto ma unite nell’escludere fiducie “tecniche”.

La “quadra”? Il Presidente della Repubblica e il premier la trovano nel secondo incontro della giornata, alle 19, dopo un Consiglio dei ministri veloce e carico di emozione: le dimissioni restano come fatto sostanziale, ma formalmente il governo resta in carica fino a venerdì. Il Quirinale ha chiesto a Renzi – come cita un comunicato ufficiale – “di soprassedere” alle dimissioni formali fino al sì di palazzo Madama alla manovra economica.

Barocchismi, si dirà: c’è un governo che è politicamente morto ma con un cuore che batterà fino a venerdì. Barocchismi resi necessari da una crisi improvvisa, inaspettata, che non è chiaro come potrà evolvere.

Nel weekend dunque l’apertura formale della crisi, l’avvio delle consultazioni al Quirinale, le trattative. I nomi in pole position sono soprattutto due, Piercarlo Padoan e Pietro Grasso ma circolano anche i nomi di Delrio e Gentiloni.

Se non tutto, molto dipenderà dalle decisioni del Pd. La Direzione slitta a mercoledì pomeriggio, e sarà una delle riunioni più complicate degli ultimi anni perché tutti, a cominciare da Renzi, dovranno calare le carte. Il segretario resterà quasi certamente segretario, per guidare dal Nazareno le operazioni che porteranno al nuovo governo secondo lui con caratteristiche ben determinate e quelle che apriranno di fatto la campagna congressuale.

Ma è ancora presto per capire i dettagli della strategia del numero uno del Pd. Di certo, i renziani non hanno intenzione di mollare la partita, le varie componenti della maggioranza renziana metteranno puntini sulle ‘i’ ma senza rompere con il leader, mentre la sinistra di Bersani è sempre più distante: questo sembra di intravedere.

Il clima non è esattamente idilliaco, ovviamente. I nervi sono ceduti, domenica sera. Anche se, contrariamente a quanto scritto da qualche giornale, nessuno si è lasciato andare a pianti e singhiozzi. Di certo, non Maria Elena Boschi. Ma sono giorni pesanti, per la squadra di Renzi, e per lui stesso.

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