“Un’idea liberale della giustizia penale in Italia? E’ ancora possibile”. Parla Gian Domenico Caiazza

Focus

“Dobbiamo recuperare il rispetto di determinati valori, raccogliendo intorno a questo sforzo tutti coloro che ne condividano le ragioni e la ispirazione ideale”

“Recuperare un’idea liberale della giustizia penale in Italia. Il processo sarà lungo, ma ci dobbiamo provare”.

E’ l’obiettivo di Gian Domenico Caiazza, da ottobre scorso e fino al 2020,Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, la più antica e rappresentativa associazione dei penalisti italiani (conta 136 Camere penali), che sa già come partire. Tra le prime iniziative del suo programma c’è la creazione di un intergruppo parlamentare per arrivare ad una legge sulla separazione delle carriere in magistratura.

Intanto, presidente, perché dice che nel nostro Paese la giustizia penale è illiberale?

La giustizia penale scritta nella Costituzione non è quella praticata nella realtà. A cominciare da un processo che non si svolge ad armi pari tra accusa e difesa, e non davanti ad un giudice equidistante dalle parti, come pure pretenderebbe l’articolo 111 della nostra Carta. La presunzione di non colpevolezza, l’ eccezionalità del sacrificio della libertà personale prima di una sentenza definitiva, la finalità rieducativa della pena, un carcere rispettoso della dignità e dei diritti inalienabili della persona: sono tutti principi che vengono violati in modo sistematico. E lo constatiamo ogni giorno nella nostra esperienza. Oggi poi, nel nuovo quadro politico che si è determinato con le ultime elezioni, la negazione di quei valori viene addirittura rivendicata nel programma politico di governo. Noi dobbiamo recuperare il rispetto di quei valori, raccogliendo intorno a questo sforzo tutti coloro che ne condividano le ragioni e la ispirazione ideale.

Parliamo dell’urgenza di arrivare alla separazione delle carriere dei magistrati. E della sua iniziativa.

Abbiamo raccolto e depositato da tempo alla Camera dei Deputati le firme di 72mila cittadini, che si sono fatti proponenti della nostra idea di riforma costituzionale. Aspettiamo che questa venga calendarizzata. Ci impegneremo per raccogliere il sostegno trasversale di parlamentari di ogni provenienza politica, senza distinzioni o riserve, che condividano l’obiettivo di separare le carriere tra Giudici e Pubblici Ministeri, ferma restando l’ assoluta indipendenza della magistratura dal potere politico. Siamo molto curiosi di capire se il Partito Democratico vorrà finalmente affrontare questo tema, che non è una fissazione degli avvocati, ma un comando costituzionale. Non piace la separazione delle carriere come risposta a quel comando? Se ne dia un’altra, se c’è, purché non sia né una scorciatoia, né un palliativo. Anche nella magistratura, ufficialmente compatta nell’opporsi a questa soluzione, in realtà, il consenso è più diffuso di quanto si possa credere.

Prescrizione:  il guardasigilli punta a sospenderla dopo il primo grado.

Il tema della prescrizione è rappresentato in modo ingannevole alla pubblica opinione. Il problema sta nella durata irragionevole dei processi, non nella prescrizione, che è un principio di civiltà giuridica. Non bastano 18 anni e mezzo per una rapina aggravata prima della prescrizione? E’ un principio di civiltà giuridica quello di restare sotto processo all’infinito? Chi intende intervenire sulla prescrizione si assume la enorme responsabilità di affossare definitivamente il processo penale in Italia. Abbiamo dovuto apprendere da un post su Facebook la estemporanea decisione del Ministro di Giustizia, Bonafede, di presentare un emendamento al decreto che egli ama definirespazzacorrotti, tramite il quale inserire nel nostro ordinamento giuridico, tra il lusco e il brusco, la sospensione della prescrizione  dei reati dopo la sentenza di primo grado. La decisione sarebbe nata nel corso di una manifestazione politica che raccoglieva la presenza di una congerie di vittime di reati, in gran parte ancora nemmeno accertati processualmente, e non certo a causa della prescrizione (Ilva, Rigopiano, addirittura il ponte di Genova!).

Come reagirete?

I penalisti italiani seguono con attenzione l’esito di questa al momento solo preannunziata iniziativa del Guardasigilli, impegnandosi in queste ore ad acquisire informazioni per sapere quale sia l’esatto tenore dell’emendamento, e quando verrebbe effettivamente presentato, se si tratti di un emendamento del Governo, dunque concordato e condiviso da tutte le componenti della attuale maggioranza, quali siano i profili di ammissibilità di tale preannunziato emendamento.  La Giunta UCPI, acquisiti i necessari chiarimenti sulla natura e sulla portata di questa, al momento estemporanea iniziativa del Ministro di Giustizia, adotterà tutte le necessarie iniziative, anche le più dure e determinate, per impedire che una riforma di questa portata possa essere anche solo avviata con simili, inaudite modalità, estranee alle più elementari regole di una civile sintassi politica e parlamentare.

Misure interdittive antimafia

E’ un’altra emergenza. L’idea di poter assumere misure a volte più gravi di una pena detentiva, quale, ad esempio, la confisca di un intero patrimonio familiare, non sulla base di un giudizio di responsabilità ma solo su un sospetto di pericolosità sociale, ripugna ad ogni coscienza democratica. E si tratta di misure che, nate come strumenti di contrasto alla mafia, stanno oramai contagiando l’intero sistema penale, estendendosi ad un catalogo di reati sempre più ampio. Si tratta di un terreno sul quale l’Unione delle Camere penali si impegnerà con grande determinazione.

Altro tema caldo per i penalisti: le intercettazioni e la violazione del diritto al domicilio dell’intercettato.

Esatto. Il captatore informatico ha una portata devastante per la privacy di ciascuno di noi. Del resto l’idea di accenderlo e spegnerlo a seconda di dove si sposti l’ignaro suo portatore è del tutto illusoria e velleitaria.

Legittima difesa: primo via libera al Senato. Mandi un messaggio a Matteo Salvini!

Vorrei dire a Salvini: Non prenda in giro la pubblica opinione! Lei per primo sa benissimo che nessuna previsione normativa potrà impedire che un Pubblico Ministero indaghi doverosamente sul comportamento di chi abbia ucciso un uomo. Chi invoca una giustificazione del proprio comportamento non potrà mai pretendere di sottrarre ad un Giudice la valutazione della fondatezza e legittimità di quella giustificazione.

L’Italia condannata dalla Corte Europea per aver inflitto a Bernardo Provenzano, in fin di vita, trattamenti inumai e degradanti. 

L’Unione delle Camere penali aveva denunciato quanto accadeva definendo il provvedimento contro natura e contra legem. Bernardo Provenzano era un uomo da tempo sofferente, come accertato in sede giudiziaria, per patologie plurime e invalidanti che comportavano un grave decadimento cognitivo e motorio, anche per i postumi di vari interventi chirurgici. Per circa due anni è stato ricoverato presso il reparto detenuti dell’Ospedale San Paolo di Milano, in stato quasi vegetativo. Eppure, secondo l’allora Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, era da ritenersi ancora individuo dall’ elevata pericolosità. Un giudizio che oggi viene severamente censurato dalla Corte di Strasburgo, la quale condanna l’Italia per aver inflitto ad un detenuto in fin di vita il regime previsto dall’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Le reazioni dell’attuale maggioranza al provvedimento della CEDU dimostrano ancora una volta che, in tema di Giustizia, il Governo cerca il facile ed immediato consenso popolare, senza alcuna analisi interpretativa e di sistema. Di Maio dice “I comportamenti inumani erano quelli di Provenzano. Il 41 bis è stato ed è uno strumento fondamentale per debellare la mafia e non si tocca” e Salvini, che coglie l’occasione per un’ulteriore invettiva contro l’Europa e afferma: “…l’ennesima dimostrazione dell’inutilità di questo ennesimo baraccone europeo”. Le due dichiarazioni confermano che questo Governo ha fatto deglislogan il suo pane quotidiano, a prescindere dai temi sul tappeto. Lo stesso Ministro della Giustizia, pur mantenendo un profilo più basso, fa sapere: “Rispetto questa sentenza, ma non la commento”, e aggiunge: “Voglio sottolineare solo una cosa: il 41 bis non si tocca”. L’articolo 41 bis non ha nulla a che fare con la condanna dell’Italia per aver continuato a sottoporre a tale regime un uomo ormai ridotto ad un vegetale. Il provvedimento della CEDU è relativo agli ultimi 4 mesi di vita di Provenzano ed in particolare dal 23 marzo al 16 luglio 2016, giorno della sua morte. Uno Stato democratico dà prova della sua forza proprio quando dimostra di saper rispettare i diritti anche del più feroce dei suoi nemici.

Il ministro Bonafede si è congratulato con lei?

No. I penalisti italiani hanno ricevuto un messaggio augurale, in occasione del congresso, dal Capo dello Stato. Saremo ricevuti dal Presidente della Corte Costituzionale. Ho avuto le congratulazioni, fra i tanti, della Presidente del Senato, cioè, della seconda carica dello Stato, e naturalmente del presidente di Associazione nazionale magistrati. Il Ministro Bonafede non lo ha ritenuto necessario. Pazienza, sono certo che un dialogo riusciremo ad avviarlo. E’ un augurio che rivolgo al Ministro, il quale, sono certo, comprenderà quanto possa essergli utile il dialogo con noi per affrontare con maggiore cognizione di causa la complessa materia, che è chiamato ad amministrare.

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