Da Utøya a Christchurch, le stragi dimenticate

Focus

Breivik fu la prima tragica evidenza di quel vento nazionalista e xenofobo che oggi soffia impetuoso in Europa e negli Stati Uniti

Tutti sanno delle stragi del Bataclan, dell’11 settembre, di Nizza, Bruxelles, Manchester. Ma se chiediamo nelle piazze italiane informazioni su Utøya, troveremo nella gran parte dei casi sguardi smarriti e ignari.

Oggi, 22 luglio 2019, cade l’ottavo anniversario di un efferato eccidio politico, il peggiore in Europa occidentale dai tempi dei nazisti. Stiamo parlando dello sterminatore Anders Behring Brevik, che uccise alle 15,25 otto persone con un’autobomba nel palazzo del Governo di Oslo e poi, vestito da poliziotto, si recò a Utøya sul lago Tyrifjorden, dove dalle 17,17 alle 18,34, massacrò 69 giovani socialisti e laburisti, riuniti per il tradizionale campeggio politico estivo nell’isolotto norvegese da quando Willy Brandt aveva i pantaloncini corti.

Fu una caccia all’uomo crudele. Con la divisa da agente, Breivik ingannò i giovani disarmati e ne uccise subito diciassette nella mensa caffetteria al centro dell’isola. Poi fu una lenta agonia, un soffocante stringersi di una trappola mortale. I feriti, che chiedevano pietà, vennero finiti con colpi alla testa. Alcuni affogarono nelle gelide acque del lago nel disperato tentativo di salvarsi a nuoto dalle pallottole. Nessun ripensamento neppure per le donne e per i più piccoli. Le vittime più giovani avevano appena 14 anni.

Erano adolescenti, che si affacciavano per la prima volta sul grande palcoscenico della politica e della vita. I norvegesi non trovarono un elicottero, i due poliziotti sul più vicino pontile ebbero l’ordine di attendere le forze speciali. Il motore del loro barcone si ruppe. Il massacro degli innocenti durò 77 minuti.

Perché tanta ferocia? Breivik fu la prima tragica evidenza di quel vento nazionalista e xenofobo che oggi soffia impetuoso in Europa e negli Stati Uniti. Lo stragista inviò un’ora prima della strage a 8109 indirizzi email di tutta Europa un manifesto politico di 1500 pagine. L’obiettivo primario di Breivik e dei ‘Cavalieri Templari’, rifondati a Londra nel 2002, è cacciare tutti gli immigrati dall’Europa entro il 2083, data simbolo perché cade quattro secoli dopo il fallito assedio degli Ottomani a Vienna.

Sarà quindi necessario conquistare il potere nei Paesi europei entro il 2030. Breivik scrisse il suo manifesto tra il 2009 e il 2011 e già allora indicò i partiti amici che avrebbero potuto aiutare i ‘Cavalieri Templari’ nella loro missione. L’amico potenziale più forte è Russia unita di Putin. Poi una mappa politica precisa: in Francia Le Pen, in Italia Lega e Forza Nuova, in Austria il Fpoe, in Olanda il Pvv, in Belgio il Vlaams Belang, nel Regno Unito l’English Defence League e il British National Party, in Germania i neonazisti di Ndp, in Ungheria Jobbik, in Svezia i Democratici, in Norvegia il Partito del Progresso, in Finlandia i Veri finlandesi.

Gran parte di queste forze, all’epoca della stesura del manifesto marginali e distanti tra loro, avrebbero poi formato un gruppo unico all’Europarlamento nel 2014. Nel 2019 il gruppo ha preso il nome di ‘Identità e democrazia’ e conta 73 eurodeputati, tra cui 28 della Lega. Hanno naturalmente votato in blocco contro la neo Presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen. Breivik scrisse: “La Ue ha una deliberata strategia di graduale islamizzazione dell’Europa. Il progetto è quello dell’Eurabia e la Ue non è democratica, è una specie di Unione Sovietica contro la libertà dei popoli indigeni europei”.

Nel 2009-2011 la Lega di Bossi sosteneva il Governo Berlusconi, che fa parte del Ppe. Come fece Breivik a prefigurare la svolta di Salvini e di molti cittadini europei verso l’estrema destra di ‘Identità e democrazia’? Nel suo manifesto Breivik cita i suoi viaggi in Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Ungheria, Malta, Bielorussia e parla di riunioni avvenute nei Paesi baltici. Il processo in Norvegia condannò nel 2012 lo stragista al massimo della pena, ma non si fece luce su alcun contatto internazionale. Breivik, soddisfatto per essere stato dichiarato sano di mente e quindi per l’implicito riconoscimento del significato politico del suo massacro, rinunciò come promesso all’appello. “Perché pensate che io sia pazzo – dichiarò Breivik al processo- se fossi un jihadista barbuto, me la fareste la perizia psichiatrica?”.

Breivik ha avuto in questi anni molti emuli: il filo che si dipana dal suo manifesto arrivò a Leeds nel giugno 2016 quando Thomas Mair uccise la deputata laburista Jo Cox, impegnata nella campagna elettorale contro la Brexit. Nel 2018 fu la volta di Gianluca Traini a Macerata, anche lì un mese prima delle elezioni politiche che portarono a una rovinosa sconfitta del centrosinistra italiano. Il 15 marzo 2019 l’australiano Brenton Tarrant massacrò 50 musulmani in preghiera nelle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda. Tarrant scrisse: “Ho letto le parole di Roof (il massacratore degli afroamericani a Charleston nel 2015 durante la
Presidenza Obama ndr.), ma la vera ispirazione l’ho presa dal Cavaliere Templare Breivik”.

Tarrant ha viaggiato molto in Europa e ha fatto donazioni ai giovani di estrema destra di Generazione Identitaria. Perché Tarrant scelse Christchurch per il suo attacco e non una moschea nella sua Australia? Forse i motivi possono ricercarsi nel fatto che la premier neozelandese Jacinda Ardern è laburista e fu leader della Iusy (l’organizzazione mondiale dei giovani socialisti). Sarà il processo a stabilirlo. Il procedimento penale si terrà a maggio e andrà seguito con molta attenzione.

Oggi intanto piangiamo Henrik Rasmussen, Tore Eikeland, la georgiana Tamta Liparteliani, la norvegese di origine irachena Bano Abobakar Rashid e gli altri ragazzi-martiri di Utøya. Sul lago di Bracciano si terrà a partire dalle 14,30 una regata velica commemorativa. E’ un evento simbolico che avvicinerà idealmente i giovani velisti italiani ai fatti del lago Tyrifjorden. La speranza è che i riflettori della politica e dei media si accendano in eguale misura per tutte le stragi politiche. Una informazione corretta è fondamentale per una democrazia degna di questo nome.

 

Luca Mariani, giornalista parlamentare e autore del libro ‘Il silenzio sugli innocenti’

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