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Prove di un nuovo inizio della sinistra

Mi ritrovo nello spirito del recente intervento di Walter Veltroni su la Repubblica.

La sinistra dovrebbe riprendere a ragionare e a fare proposte su un modello di sviluppo sostenibile. E parole come “rottamare” possono “bucare lo schermo” e mostrarsi efficaci nel breve periodo, ma poco hanno a che fare con il nostro lessico. Nel corso di un incontro pubblico, anni fa, una psicoterapeuta sottolineava anzi come quel vocabolo fosse analogo a un altro – “riciclarsi” – in apparenza assai differente, tendendo entrambi a concepire le persone come cose.

Discorsi come quello di Veltroni hanno la capacità di suggerire un nuovo inizio, di porre l’esigenza di “andare oltre”. A mostrarsi debole è però, a parer mio, l’analisi del punto di partenza, per dir così. L’ex segretario dem evoca certo l’esperienza delle socialdemocrazie e il loro essersi arenate. Eppure non si può costruire sulla sabbia, altrimenti tutto appare fumoso ed effimero. Occorrerebbe piuttosto un’analisi attenta e approfondita su ciò che della sinistra social-riformista resta attuale, sui suoi limiti ed errori, su ciò che di essa è superato. Detto altrimenti: c’è bisogno di pazienza e di discernimento, più che di improvvisazione e di formule astratte.

A tal proposito va osservato che da un lato le forze socialdemocratiche si sono mosse nei decenni passati prevalentemente a livello nazionale, dall’altro esse, con altri soggetti, hanno contribuito a quell’insieme di pratiche e di idee noto come modello sociale europeo. Ecco: oggi la crisi investe entrambi i versanti. Eppure a una sorta di spazio sociale diffuso guarda, naturalmente da una prospettiva diversa, una nuova generazione di esponenti politici democratici nord-americani.

Del resto i problemi nei quali ci dibattiamo sono in gran parte comuni al resto dell’Occidente, per non dire del carattere globale dei fenomeni in corso.

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