Proteste, boicottaggi e crack economico: Venezuela al voto nel caos

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Il governo di Maduro ha forzato, anticipando la data delle elezioni ma molti leader dell’opposizione sono vittime delle rappresaglie del regime

Un Pil pro capite crollato del 40%, un’inflazione a tripla cifra che viaggia verso la quadrupla, il valore del bolivar, la moneta nazionale che prende il nome dal Libertador, in poltiglia. Una cosa è certa, a tre giorni dal voto politico in Venezuela: chi vincerà avrà a che fare con numeri che descrivono una situazione economica e sociale al collasso. E il clima che si preannuncia, contraddistinto da proteste e boicottaggi, è tutt’altro che sereno.

Sarà una corsa a tre tra il presidente in carico Nicolas Maduro, il principale responsabile della drammatica situazione economica, erede del comandante Hugo Chavez, a capo di un regime resosi via via sempre più autoritario con il progredire della crisi; l’ultraliberista Henri Falcon che promette di riaprire il Venezuela al mondo e il pastore evangelico di origine italiana Javier Bertucci che combatte per i diritti degli ultimi. Il vincitore erediterà un Paese nel caos, con milioni di persone che soffrono di carenza di cibo e medicinali e insicurezza crescente.

Ma è soprattutto dal punto di vista politico che Maduro è sotto accusa. I rappresentanti di dieci Paesi dell’America Latina, insieme a Spagna e Stati Uniti, hanno ribadito la loro “condanna del regime autoritario” e chiesto, per l’ultima volta, al governo venezuelano di sospendere le elezioni. Ma Maduro tira dritto, alla ricerca di “legittimità elettorale”, cercando di convincere il mondo che “il voto è credibile, pulito e competitivo”. Difficile da pensare se si ripercorre il cammino che ha portato a queste elezioni.

Le elezioni, infatti, erano state programmate originariamente nel dicembre 2018, ma sono state forzatamente anticipate fino ad aprile. Di qui la decisione delle opposizioni di boicottare il voto. Solo il conseguente rinvio di un mese, al 20 maggio appunto, ha fatto tornare sui propri passi solo alcuni candidati minori. La coalizione Mesa de la Unidad Democrática (Mud), il più grande raggruppamento delle forze che si oppongono a Maduro, non ha preso parte ai negoziati e ha deciso di boicottare il voto. Anche perché i suoi leader, Henrique Capriles Radonski e Leopoldo López, non possono prendere parte alle elezioni: il primo è stato interdetto per 15 anni dall’attività politica del Venezuela, mentre il secondo è ancora agli arresti domiciliari.

Anche l’Unione Europa, nelle scorse settimane, ha puntato il dito contro il governo di Caracas: “L’Ue – ha fatto sapere l’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini – deplora profondamente che le elezioni presidenziali del 20 maggio in Venezuela siano state indette senza un ampio accordo sul calendario elettorale né sulle condizioni per un processo elettorale credibile e inclusivo e deplora anche che ci siano ancora prigionieri politici e ostacoli per limitare la partecipazione di partiti e candidati politici”.

Alla luce di tutto questo, più di ogni altra cosa, gli analisti si aspettano che “l’apatia generale” sarà la vera vincitrice nelle elezioni di quest’anno, con una bassa affluenza alle urne, che per Maduro sarà la vera grande sfida di domenica.

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