E venne il giorno delle “stronzate”. Ancora zuffa fra Di Maio e Salvini

Focus

Mattarella preoccupato. Giorgetti ammette: “Così non può andare avanti”. L’ultima polemica sulla revisione del reato d’abuso d’ufficio

Alla vigilia della chiusura della campagna elettorale Lega e M5s continuano a darsele di santa ragione. Come quelle coppie in crisi, un motivo per litigare si trova sempre. Oggi Salvini si è inventato la storia dell’abuso d’ufficio – secondo lui da rivedere – una roba  che Di Maio ha liquidato con linguaggio poco da statista ma che indubbiamente ha il pregio della chiarezza: “Lavoriamo, basta stronzate“. Il ministro dell’Interno aveva spiegato:  “Bisogna togliere burocrazia, togliere vincoli, fare, liberare. Se per paura che qualcuno rubi blocchiamo tutto e allora mettiamo il cartello ‘affittasi’ ai confini dell’italia e ci offriamo alla prima multinazionale cinese che arriva. Se uno ruba e lo becco, lo metto in galera e se ruba da pubblico ufficiale si prende il doppio della pena ma non possiamo per presunzione di colpevolezza bloccare tutto”. Bloccare tutto? Detto dal vicepresidente di un governo che non riesce neppure a fare il decreto Sbloccacantieri fa sorridere. Zingaretti ha replicato: “Quello che blocca l’Italia sono Salvini e Di Maio con il loro governo. Andatevene a casa”.

Schermaglie da separati in casa. Tutta una manfrina? Può darsi: come ha ripetutto stamane Paola De Micheli, “votare M5s è un aiuto alla Lega” – cioè, è tutta una manfrina. Ma lo scontro è troppo forte per non lasciare cicatrici dopo il 26 maggio, qualunque sarà l’esito del voto. Ovvio che gli uomini di Di Maio facciano trapelare il terrore che una Lega molto più forte dei grillini potrebbe brandire l’arma del rimpasto o addirittura del cambio a palazzo Chigi (Salvini nega ma di certo non lo ammetterebbe mai pubblicamente), un rimpasto che metterebbe a rischio i vari Toninelli per far posto a personaggi leghisti; mentre dall’altra parte, Salvini ha il timore opposto, quello di non superare quota 30% e dunque di non trovarsi più nella condizione di fare il bello e il cattivo tempo. Un tipo pragmatico come Giorgetti dice in tv, senza peli sulla lingua, che “se continua così non si potrà andare avanti“.

Le voci che circolano sul dopo 26 maggio sono varie e molto speso sui giornali rimbalzano gli spin dei vari propagandisti gialli e verdi. Si è detto che i leghisti ripetono che dopo il voto europeo non cambierà nulla e anche Di Maio giura che vuole proseguire “per 4 anni”: e allora perché tutto questo tintinnar di sciabole? Il sospetto viene naturale, e dice di una lotta di potere senza quartiere. Andrea Orlando ha ricordato la conflittualità permanente fra Dc e Psi: altra epoca, soprattutto altri personaggi; ma è vero che l’era del Caf (patto fra Craxi, Andreotti e Forlani) fu improduttiva di riforme e soprattutto finì molto male. Non bastano i patti di potere per governare. Finirà male anche stavolta?

In un certo senso è la stessa preoccupazione di Sergio Mattarella, al quale spetta vigilare sul buon andamento delle istituzioni, a cominciare dal governo. Quanto può reggere una situazione così conflittuale, specie di fronte ad una situazione economica non facile (malgrado i tg Rai facciano a gara per propagandare il contrario)? Ecco perché nel colloquio di ieri al Quirinale, il Presidente della Repubblica, pur con il suo stile garbato e cordiale, ha fatto capire a Giuseppe Conte di essere molto preoccupato non tanto per i toni accesi di oggi quanto per le possibili divisioni di domani: e naturalmente il fatto che questi timori siano stati affacciati mentre il capo dello Stato praticamente gettava nel cestino i decreti su sicurezza e famiglia dà l’idea di un rapporto fra Quirinale e palazzo Chigi non esattamente idilliaco.

 

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