Ventotene-Italia, siamo già cambiati e non lo sappiamo

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Il sindaco invita due famiglie di rifugiati con bambini per non far chiudere la scuola dell’isola. E’ il simbolo di un Paese che, in fondo, sa di dover vivere nella contemporaneità

L’uomo che vuole i migranti a casa sua si chiede se sappiamo ancora sostenere il cambiamento. E noi con lui. Quello che sta succedendo a Ventotene, dove il sindaco, Gerardo Santomauro, ha appunto offerto ospitalità sull’isola a due famiglie di rifugiati con bambini, per evitare che chiuda l’istituto Altiero Spinelli, uno degli autori del Manifesto europeista, è un perfetto manuale per cercare di capire cosa siamo diventati noi italiani.

La proposta del primo cittadino, tanto visionaria da non essere stata attaccata nemmeno dalla destra, ha destato sconcerto sull’isola e in continente, come se fosse un’iniziativa inutile e dannosa, quando invece è il tentativo di non serrare i battenti ad una scuola moderna, all’avanguardia, adagiata su una strada in salita come la costruzione europea e con tanto di aule interattive, lavagne elettroniche, pc, schermi per proiezioni. E soli tre alunni tra elementari e medie. Questa la colpa.

Chi scrive ha scoperto il piccolo gioiello, che ha tetto e mura solide da far invidia a mille presidi, durante il Ventotene Europa Festival, in cui studenti liceali provenienti da Roma, Parigi e Berlino hanno lavorato e scritto la Dichiarazione di Ventotene, un manifesto programmatico dell’Unione che sarà e della Costituzione che dovrebbe essere. Quelle stanze, oltre ad essere intitolate ad uno dei padri fondatori del federalismo, già confinato insieme a Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi dal regime fascista, hanno quindi già ospitato un piccolo miracolo di primavera per un’isola grande quanto mezzo quartiere di Roma, e potrebbero ora rappresentare nel mondo la trasformazione di un luogo di detenzione in posto di accoglienza. Follia marinettiana, carne da macello per i talk show, utopia senza fine, come quella dell’illuminato direttore del carcere borbonico del prospicente isolotto di Santo Stefano, dove negli anni cinquanta, in regime di semilibertà, i detenuti arrivarono a sfidare il Napoli in una partita amatoriale quanto memorabile. Roba da prima pagina del New York Times , che le ultime due aperture sull’Italia a memoria d’uomo le ha dedicate alla bracciante morta di stanchezza e ai tuffi nella Fontana di Trevi. Qui i tuffi si fanno nella piscina naturale sotto il faro che vigila sul porto romano fin quando la stagione lo consente. Poi tutto è vento e serrande chiuse attorno ai cento residenti che si riappropriano della loro isola. E della loro identità.

La stessa identità che vorremmo preservare erigendo muri e barriere a secco non solo a Ventotene, che presto ospiterà (follia suprema) addirittura una Scuola d’Europa per lo studio della cittadinanza comune, ma anche a Lampedusa, Reggio Calabria, Napoli. Le critiche e le bocciature al piano salva-scuola diventano allora quasi comprensibili, come tutte le nostre ataviche paure, zanzare malariche incluse, se guardiamo gli occhi di chi si specchia nella dechirichiana piazza Castello o si allontana per le due uniche vie che da lì partono, per non congiungersi mai, all’apice dello scoglio mediterraneo, dove il ventennio arrivò a recludere 1.000 confinati.

Figuriamoci se può avere paura – lo scoglio, l’isola di struggente bellezza – di quattro, cinque bambini siriani. Eppure la si ha. Come si teme in tutto il paese la recrudescenza del razzismo senza far nulla per fermarlo, l’apologia del fascismo senza seminare la democrazia repubblicana dalle scuole e nelle scuole, la Spinelli compresa, certamente.

Se ci fossero già i libri di testo, a far da collante a quelli del mitico Fabio il libraio, i ragazzi venuti da lontano e le ragazze con la voglia di andar via potrebbero studiare che la nostra società è mutata da anni. Proprio il fenomeno che si teme e per cui dovremmo chiudere tutte le porte, sopraffatti dal terrore del diverso, è invece un dato ufficiale, da manuale. L’incidenza percentuale sul totale degli occupati dei lavoratori esteri è pari ormai a uno su dieci, come uno studente su dieci in Italia viene dall’estero. Provveditore, ci pensi lei a inserirlo in didattica.

Il nostro piccolo salottino antico, che vorremmo preservare bloccando sul traghetto d’autunno un paio di famiglie inermi all’attacco della nostra grammatica, ha cambiato stoffa da un pezzo, ricucito come quello francese e tedesco. Modello di un cambiamento multiculturale prorompente quanto ineluttabile. A meno di confinarci tutti su un’isola chiamata Italia, vittime della nostra stessa difficoltà a sentirsi parte di un tutto, è ora di vivere la contemporaneità. Nella piccola Ventotene, come nel resto d’Europa. O nel mondo.

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