Verde speranza, tutti i perché di un successo post-ideologico

Focus

Il successo in Baviera è solo l’ultimo segnale di un processo che sembra ormai inarrestabile in tutta l’Europa continentale. Una lezione utile anche per gli spuntati ecologisti nostrani

Il 14 ottobre verrà ricordato per essere stato il giorno in cui l’onda verde ha invaso l’Europa. La Baviera, chiaramente, ma anche il Belgio e il Lussemburgo, dove il partito ambientalista ha raggiunto vette storiche e inaspettate fino a poche settimane fa. Se sommiamo quanto successo ieri alla vittoria di Van der Vellen alle presidenziali in Austria e al successo di Jesse Klaver in Olanda, allora il quadro che prende forma sembra essere quello di un movimento che si sta rapidamente evolvendo in qualcosa di strutturale ed estremamente popolare.

Attenzione, però. Diciamolo subito. La visione italiana che storicamente abbiamo dei Verdi non ha nulla a che vedere con il partito di massa che si sta affermando nell’Europa continentale. Nessun estremismo, nessuna connotazione politica ideologica, nessuno snobismo da salotto. “Sono fieramente antifascista, ma non bisogna essere di sinistra per essere antifascista”. Questa frase, se viene capita e non strumentalizzata, di Katharina Schulze, la 33enne leader dei Grünen bavaresi, chiarisce perfettamente di cosa parliamo.

Entrando specificatamente nel caso delle elezioni nel Land più popoloso e ricco di Germania, si registra un risultato spettacolare. 17,5 per cento, nove punti in più rispetto alle regionali del 2013, otto in più rispetto al dato relativo alla Baviera delle elezioni federali dello scorso anno. Punte clamorose a Monaco, dove i Verdi sono il primo partito con oltre il 30%. Difficile inquadrare tutti i perché di questo boom. I tanti analisti che in queste ore stanno provando ad interpretare il risultato, ne hanno snocciolati parecchi. Proviamo a metterli in fila, facendo un po’ d’ordine.

Anzitutto il tema per cui i Verdi esistono, la difesa dell’ambiente. Non una difesa tout-court, cosa a cui ci hanno abituato, troppo spesso, gli spuntati ecologisti nostrani, ma un’idea di sviluppo. La possibilità di conciliare la tutela del patrimonio ambientale con un modello di crescita innovativo, umano e rispettoso. Questo tema, troppo lentamente, sta facendo breccia nel sentire comune, con la crescente preoccupazione per i cambiamenti climatici che stanno mettendo a rischio il futuro del pianeta. L’avevano capito in tanti, non ultimo Barack Obama, il primo presidente Usa a spingersi a nord del circolo polare artico. Ora queste preoccupazioni possono tradursi in un voto consapevole.

Ha pesato, e pesa, sicuramente, anche la classe dirigente nuova che guida il partito. Annalena Baerbock e Robert Habeck a livello nazionale, l’astro nascente e già citata Katharina Schulze a livello locale. Sono tutti appartenenti alla cosiddetta ala “realista” del partito, quella che negli anni è riuscita a prevalere contro i “fondamentalisti”. Negli anni Ottanta, infatti, i Verdi si costituivano come un’unione di vari gruppi: ne facevano parte i movimenti pacifisti, le femministe, e coloro teorizzavano e praticavano un sistema di vita alternativo fuori dal sistema. Dopodiché un numero crescente di militanti cominciò a porsi il problema di come smettere di parlare a una nicchia molto ideologizzata di persone e proporsi ad un elettorato più ampio e popolare. Vinsero loro, cambiando per sempre la storia dei Grünen, non solo in Germania.

Un altro fattore determinante è stata la disaffezione verso i partiti tradizionali, Csu (partito fratello della Cdu di Angela Merkel) ed Spd. I Verdi sono riusciti magistralmente ad intercettare il voto di chi non sapeva da che parte girarsi. Non cedendo al populismo della destra, e mantenendo un’impostazione fieramente progressista sono riusciti a far convergere su di loro i voti che un tempo erano della Spd. Al tempo stesso, le idee liberali in economia e decisamente “laiche” in materia di sicurezza, hanno convinto parte dell’elettorato tradizionalmente legato alla Csu. Katharina Schulze non ha avuto paura di essere considerata troppo poco di sinistra nel chiedere più mezzi e più risorse per le forze dell’ordine, al tempo stesso non teme di essere considerata troppo di sinistra se espone il dito medio in faccia ad un gruppo di manifestanti neonazisti o se rivendica con orgoglio la sua anima “obamiana”.

Qui sta la grande novità dei Verdi, la loro natura post-ideologica. Quella che consente a Claudia Kohler, candidata a Monaco, di fare volontariato in Chiesa o pressi i Vigili del Fuoco della sua città, e di definirsi “conservatrice nel senso migliore del termine”. Quella che consente a tutti i leader locali e nazionali di non cedere di un millimetro su Europa, immigrazione, integrazione e società aperta. “Siamo stati gli unici coerenti, che non sono andati a zig zag in campagna elettorale”, ha detto la Schulze. E gli elettori, evidentemente, l’hanno apprezzato.

Di certo adesso si apre una fase nuova. La prospettiva di governo è ormai nei fatti, ma, come dimostra quanto successo con il fallimento del tentativo di far nascere la Jamaika Koalition lo scorso anno insieme a Cdu-Csu e Liberali, i Grünen non accettano compromessi al ribasso. Forti anche della devastante esperienza della Spd nella Grosse Koalition, entreranno in formazioni di governo (come già fanno in ben nove stati tedeschi) solo dove questo consentirà di portare avanti i propri valori e le proprie idee. I sondaggi sembrano dare loro ragione. In Assia, dove si terranno le elezioni a fine mese, i Verdi sono in crescita e sono dati al 18 per cento (il doppio di cinque anni fa). La stessa cosa vale a livello nazionale: nei sondaggi sono stimati tra il 15 e il 17 per cento, alla pari o anche oltre i socialdemocratici della Spd. Se la tendenza venisse confermata ci troveremmo di fronte alla poderosa ascesa di una nuova Volkspartei.

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