I veri proprietari del Pd? Gli iscritti

Focus

Il Partito deve tornare ad appartenere a coloro che si assumono la responsabilità di iscriversi

Domani l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico affronterà, tra gli altri, un argomento fondamentale per il futuro del Partito: la riforma dello Statuto. Fondamentale, in primo luogo, perché lo Statuto varato alla nascita del Partito Democratico ha avuto una conseguenza che è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere, cioé la marginalizzazione dei veri proprietari del Partito: gli iscritti.

Detto questo, vorrei elencare una serie di argomenti che ritengo fondamentali per la riforma dello Statuto. Partendo dalla constatazione che quello del Partito Democratico è uno Statuto inefficace e sbagliato, perché pensato in funzione di un’epoca che oggi sicuramente non esiste più: quella del bipolarismo. Il bipolarismo non appartiene alla cultura politica degli italiani e anche nel lasso di tempo in cui a confrontarsi nel teatro politico sono state le coalizioni del centrosinistra e del centrodestra, esse erano frammentate al proprio interno. Il periodo tra la fine della stagione delle riforme istituzionali, con la sconfitta al referendum del 4 dicembre 2016, e le elezioni del 4 marzo 2018, ha fatto emergere un panorama politico articolato e inedito: le formazioni prevalenti nella stagione precedente, Partito Democratico e Forza Italia, sono state ridimensionate in modo drammatico. Il MoVimento 5 Stelle, già emerso come forza di rilievo nel 2013, è stato il più votato dagli italiani, mentre la Lega ha assunto la leadership della destra.

Lo Statuto del Pd deve essere perciò riformato radicalmente. Il Partito deve tornare ad appartenere a coloro che si assumono la responsabilità di iscriversi in conformità all’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Il “Partito leggero”, basato sul sistema delle primarie aperte, strumento di allargamento della propria base in una prospettiva maggioritaria, non ha più alcun senso. Perché iscriversi e assumersi la responsabilità e l’onere della militanza quando chiunque, presentandosi con due euro e la tessera elettorale, può decidere delle sorti della tua organizzazione? Questa forma ha, anzi, favorito la crescita di gruppi di potere fondati sul governo di pacchetti di voti amministrati da “capibastone”. Questa non è democrazia. In questo modo l’iscritto democratico non ha alcun mezzo per contribuire al dibattito e al processo decisionale e di selezione della classe dirigente. È necessario prenderne atto, ricostruire l’organizzazione, promuovere il valore della partecipazione e della militanza e del potere decisionale che questa deve conferire. La carica di segretario nazionale non può più sommarsi a quella di “candidato alla premiership”: c’è bisogno di distinguere nettamente i ruoli. Inoltre, in Italia non è mai esistita l’elezione diretta del capo dell’Esecutivo. È ora di uscire da questa finzione.

È ora di porre fine all’inconsistenza del “partito leggero”, gassoso e mediatico e di tornare a un partito solido, radicato nel territorio, fatto di iscritti, militanti, simpatizzanti ed elettori, che utilizzi gli strumenti del web non come fine, ma come mezzo per costruire una comunità. Dobbiamo recuperare una struttura di sezioni e Federazioni che contano e decidono. Il processo decisionale deve coinvolgere, in modo democratico, l’intero corpo del Partito. Se le primarie devono acquisire un senso reale, esse devono essere disciplinate per legge. Si devono fermare, una volta per tutte, le truppe cammellate. Negli oltre dieci anni di storia del Pd, non solo non si è mai voluto dare corso alla disciplina dell’istituto referendario tra gli iscritti, anche se statutariamente previsto; al contrario, anziché ampliare le basi per una reale partecipazione democratica alle scelte, anche di rilevanza cruciale, si è andata affermando una prassi elitaria, asfittica e opaca seguita da una classe dirigente sempre più distaccata dalla propria base, trasformando lo stesso istituto delle primarie in una sorta di plebiscito palingenetico.

È necessario separare gli incarichi: chi verrà scelto come segretario nazionale del Pd dovrà dedicarsi alla gestione del Partito. Si deve ripristinare l’operatività delle Commissioni di Garanzia, sia quella nazionale che quelle territoriali. Si deve applicare, nei territori, un modello organizzativo coerente con lo Statuto. Il finanziamento al Partito deve essere monitorato e rispettato dagli eletti. La quota del 10% degli emolumenti derivanti dall’incarico ricoperto deve essere regolarmente versata. La certificazione dei bilanci deve essere obbligatoria anche per le Segreterie regionali. È necessario tornare a prevedere percorsi di formazione politica a livello nazionale e territoriale. Dobbiamo tornare a essere – o meglio, decidere una volta per tutte di essere – un vero Partito democraticamente organizzato.

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