La violenza contro le donne non ha passaporto

Focus

Dal governo finora poche azioni e passi indietro, sia sulle proposte che sulle risorse in campo. Ciò che serve è competenza e partecipazione emotiva

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha scelto la data del 25 novembre per ricordare il sacrificio di Patria, Minerva e Maria Teresa, tre sorelle che, a causa della loro militanza politica contro il regime del dittatore dominicano Rafael Leonida Trujillo, furono brutalmente trucidate nel 1960. Il sacrificio delle donne fu noto solo nel 1999, quando questa storia carica di violenza e di disuguaglianza di genere arrivò all’attenzione dell’Onu.

Anche l’Italia, dal 2005, celebra il ricordo di tutte le donne vittime di violenza. Perché purtroppo, ancora oggi, a casa, a scuola, al lavoro, per strada, su internet, una donna su tre subisce violenza fisica e psicologica. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici e le donne sono uccise soprattutto nell’ambito familiare o da conoscenti.

La violenza basata sul genere, inclusa anche la violenza domestica, come definita nella Convenzione di Istanbul, rappresenta una grave violazione dei diritti umani, che affonda le sue radici in una profonda, e persistente, disparità di potere tra uomini e donne e in una organizzazione patriarcale della società che ancora oggi permea le pratiche e la vita quotidiana di milioni di uomini e di donne in Italia.

Ma l’indignazione da sola non è sufficiente, non può essere solo un esercizio retorico, deve invece essere accompagnata da un’azione positiva e costruttiva.

E’ con questo spirito che nel corso della scorsa legislatura è stato portato avanti un lavoro intenso e sistematico dal Parlamento e dai Governi che si sono succeduti. Non a caso, il primo atto del Parlamento è stata la ratifica della Convenzione di Istanbul, uno strumento internazionale giuridicamente vincolante che ha fatto emergere la correlazione tra l’assenza della parità di genere e il fenomeno della violenza.

Un lavoro che ha visto anche il fondamentale contributo del Dipartimento per le pari opportunità nella scorsa legislatura, per la costruzione e la promozione di politiche strutturali e trasversali contenute nell’attuale Piano nazionale sulla violenza maschile contro le donne per il triennio 2017-2010 e nella redazione delle prime Linee guida nazionali in tema di assistenza socio-sanitaria alle donne che subiscono violenza e che si rivolgono alle Aziende sanitarie e ospedaliere.

Un percorso, questo, sviluppatosi attraverso il confronto promosso con i vari livelli istituzionali e il prezioso contributo delle rappresentanti dell’associazionismo di riferimento e della rete dei centri antiviolenza che da anni, e spesso a titolo volontario, mettono la loro esperienza e la loro professionalità al servizio delle donne maltrattate, garantendo loro un ascolto libero da stereotipi e pregiudizi, e per questo capace di accompagnarle nella esperienza di fuoriuscita dalla violenza.

Numerose sono anche le novità di carattere normativo: la legge c.d. sul femminicidio; la dotazione di importanti strumenti non solo repressivi ma anche di prevenzione; l’istituzione del fondo per le vittime di reati intenzionali violenti; la legge volta a rafforzare la tutela dei figli rimasti orfani a seguito di un crimine domestico, legge che attende ancora di essere attuata.

Questo importante lavoro ho voluto raccontarlo in una mozione, condivisa anche da altri gruppi parlamentari, discussa il 14 novembre scorso e i cui impegni sono stati accolti dal Governo e votati all’unanimità dall’Aula.

Un passaggio necessario, perché le cose da fare sono ancora tante: la strada per prevenire e contrastare anche sul piano culturale la violenza maschile sulle donne, è ancora urgente e attuale.

Governo e maggioranza ereditano infatti un insieme di strumenti e di tutele capaci di tracciare la strada ma che, per essere pienamente efficaci, necessitano di monitoraggio, in un’ottica di continuità e implementazione anche sul piano delle risorse dedicate.

Proprio di fronte a questa consapevolezza, quindi, che ancora molto resta da fare, preoccupa il generale silenzio di questo Governo sul tema, anche alla luce dei numerosi casi di femminicidio e di violenza sulle donne registrati negli ultimi mesi.

Un silenzio, va detto, che si interrompe solo quando l’indignazione diventa convenienza elettorale. La violenza contro le donne non ha passaporto, non ci sono vittime né dolori «di serie A» e «di serie B».

Oppure quando si pubblica un tweet gettando nella fossa dei “leoni da tastiera” tre ragazze minorenni. Il Ministro dovrebbe sapere che le donne sono il primo bersaglio dell’odio in rete e quello che ha fatto è semplicemente vergognoso.

L’attuale Esecutivo ha scelto un approccio duro e repressivo; un approccio del tutto parziale, dunque, e in quanto tale rivela la sua incapacità nel promuovere e proporre interventi adeguati e integrati che partano dalla prevenzione e arrivino ad elaborare progetti personalizzati di sostegno e di ascolto in favore delle donne.

Le poche azioni messe in campo fino ad ora sembrano muoversi nella direzione opposta rispetto a quanto indicato dalle convenzioni internazionali, dalla Commissione d’inchiesta sul femminicidio e dalle linee guida del CSM. Mi riferisco alla proposta in discussione al Senato in merito all’ affido condiviso, il cosiddetto disegno di legge Pillon.

Una proposta fortemente criticata, a partire non da noi, ma da chi da sempre si occupa di violenza sulle donne anche in termini di violenza assistita. Una proposta basata su una visione adulto-centrica, poco proiettata sull’interesse del minore, in palese contrasto con le convenzioni internazionali e che rischia di intrappolare le donne in relazioni violente, con grave rischio per la loro incolumità e per quella dei loro figli. Questo provvedimento va assolutamente ritirato, e continueremo a chiederlo con forza in tutte le sedi.

Sul fronte delle risorse dedicate, si registra un sostanziale passo indietro: la legge di bilancio presentata dal Governo non solo non ha incrementato le risorse già messe in campo, ma ha addirittura tagliato quelle destinate al Fondo per le pari opportunità, al Fondo per le vittime di reati intenzionali violenti, nonostante ci fosse un impegno preciso nel contratto di Governo su questo, al Fondo per gli orfani di femminicidio e al Piano nazionale anti-tratta, così come a tutte le politiche per la promozione della parità di genere messe in campo dai Governi precedenti.

Il Partito Democratico ha presentato un pacchetto di emendamenti in commissione bilancio su questi punti e ci auguriamo che possano essere approvati.

E anche i provvedimenti fino ad ora proposti in materia di giustizia, se nelle loro intenzioni sono costruiti a favore e tutela della vittima, in particolare nella sua veste di parte offesa all’interno del processo penale, in realtà, per come sono impostati, rischiano con ogni probabilità di risultare inadeguati rispetto all’obiettivo che si erano prefissi. Un esempio per tutti è il decreto battezzato volgarmente dal Governo “spazzacorrotti” e approvato pochi giorni fa alla Camera. Un provvedimento palesemente incostituzionale, per effetto del quale si andrà incontro ad una lunghezza esasperata dei processi: una riforma paradosso, dunque, che rinviando sine die la conclusione del processo, finirà per danneggiare le parti offese, costrette ad aspettare la sentenza definitiva per ottenere sia il risarcimento del danno, sia l’accertamento della responsabilità.

E anche la rappresentazione della vittima di violenza nell’ambito del processo penale, e non solo, è sempre accompagnata da toni drammatici e definitivi, che sembrano non concedere speranza rispetto al superamento di un dolore. Invece, bisogna comunicare che proprio stare nel processo, pur con tutte le sue difficoltà, è una tappa fondamentale nel percorso di affrancamento dalla propria sofferenza.

Questo modo stereotipato, a volte sgrammaticato, di raccontare la violenza sulle donne rischia di alimentare messaggi fuorvianti e diseducativi sia sul piano del linguaggio che su quello della rappresentazione della notizia, che riporta sempre una storia tutta personale, facendo registrare un arretramento culturale rispetto alla battaglia intrapresa ormai da anni.

Io sono convinta che può e deve esserci un altro modo di raccontare la violenza maschile sulle donne; un modo che contempli la speranza e la fiducia, anche nelle istituzioni e in uno Stato di diritto dentro il quale le stesse istituzioni dovrebbero sapersi muovere, perché è anche di questo che ha bisogno chi soffre o ha sofferto.

Agire con competenza e con lucida partecipazione emotiva, a partire dal legislatore, rappresenta la strada migliore per affrontare con efficacia, e in tutta la sua complessità, la violenza maschile sulle donne.

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