Violenza sulle donne, l’indignazione non basta

Focus

Di fronte a tutto ciò che sta succedendo, è ancora più evidente quanto sia sbagliato parlare di “emergenza” quando si tratta di violenza maschile sulle donne

La violenza maschile sulle donne non ha né deve avere colore politico. Così come l’indignazione, che solitamente accompagna questi episodi, non dovrebbe mai assumere i contorni di una convenienza elettorale perché non esistono vittime di serie A e di serie B.

La violenza maschile sulle donne è un fenomeno strutturale e trasversale, che fonda le sue radici in una profonda e persistente disparità di potere tra uomini e donne e in un’organizzazione patriarcale della società che ancora oggi permea le pratiche e la vita quotidiana di milioni di uomini e di donne in Italia.

Spostando queste riflessioni sul caso del presunto stupro di gruppo consumatosi a Viterbo il 12 aprile scorso a danno di una giovane donna: per me non ha assunto particolare importanza sapere che questo orribile gesto fosse stato commesso da due esponenti di Casapound. Sono solo riuscita a pensare a quella donna resa inerme per ore su un pavimento, allo sgomento che deve avere provato di fronte a tanto disprezzo per il suo corpo, alla sua fatica nel rimettersi in piedi.

E poi, una volta di più, ho preso atto della crudeltà di cui è capace l’uomo, e di quale vuoto debba abitare l’animo di chi è capace di infliggere un dolore tanto irreparabile ad un altro essere umano.

Di questo caso colpisce anche il degrado valoriale di amici e parenti dei due presunti aggressori. Le indagini parlano di messaggi in cui gli amici suggeriscono di cancellare le chat, di fare il reset del telefono per far sparire immagini difficili da descrivere persino per gli inquirenti. Il padre di uno dei due presunti aggressori ha consigliato al figlio di buttare il cellulare. Una vera e propria rete di omertà a protezione dei presunti aggressori, che calpesta il dolore di una vittima e che rappresenta la ragione principale che chiude la bocca alle donne.

Di fronte a tutto ciò, è ancora più evidente quanto sia sbagliato parlare di “emergenza” quando si tratta di violenza maschile sulle donne.

Questo tipo di narrazione sposta infatti questo tema sul piano esclusivo della sicurezza, quando invece si tratta di una questione complessa e, al fondo, culturale. Occorre essere consapevoli che l’ampiezza e la profondità del fenomeno richiedono un approccio multidisciplinare e complesso. Le politiche securitarie, che appartengono proprio ad una logica tutta emergenziale, e che inducono taluni esponenti politici a invocare soluzioni semplicistiche come l’aumento delle pene o inefficaci come la castrazione chimica, non possono essere la risposta: servono azioni di sistema di natura economica, sociale ed educativa oltre che giudiziaria.

L’indignazione da sola non è sufficiente; e se non viene accompagnata da azioni positive e costruttive rischia di restare un mero esercizio teorico.

Anche in questo caso, la giustizia farà il suo corso e i due presunti aggressori affronteranno il destino che loro stessi si sono scelti.

Pensando alla giovane vittima, io ho imparato che il dolore – qualunque esso sia – richiede sempre di compiere un lavoro su se stessi per maturare una scelta: lasciarsi andare o rimettere insieme i pezzi di sé per provare a vivere, nonostante tutto. E a lei io auguro di scegliere di provare a vivere, nonostante tutto.

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