Il Campidoglio e il caso dello sfratto alla Casa internazionale delle donne

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Dopo trent’anni di preziosa attività rischia di sparire dalla Capitale una delle realtà sociali più importanti

Un altro pezzo della storia dell’associazionismo romano rischia di sparire. Il Comune di Roma, infatti, ha inviato l’avviso di sfratto per struttura di via della Lungara – a Trastevere – che ospita la Casa internazionale delle donne, che da trent’anni è il simbolo del femminismo romano. La Capitale rischia quindi di dare l’addio a un’altra realtà sociale molto importante per il territorio e la città.

Dal Comune interviene l’assessora al Patrimonio e alle politiche abitative Rosalba Castiglione che assicura che non c’è alcuno sfratto in corso, ma di fatto il Campidoglio sta chiedendo all’associazione di saldare il debito entro trenta giorni. “Incontrerò le rappresentanti – ha spiegato Castiglione – e confidiamo che il debito possa essere sanato”.

Ma il debito accumulato è di 833 mila euro, praticamente impossibile da saldare. Quindi di fatto è una condanna per la storica associazione che non sarà mai in grado di saldare una somma simile.

A muoversi per l’associazione, il gruppo capitolino del Pd che evidenzia la necessità di “un confronto serio con una realtà cittadina che non si riduca esclusivamente alla quantificazione economica dell’affitto dell’immobile ma prenda in considerazione soprattutto il valore socio-culturale delle attivita’ svolte senza alcun fine di lucro all’interno della Casa delle Donne”, si legge in una nota delle consigliere Michela Di Biase, Valeria Baglio, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta che chiedono “alla sindaca e alla giunta di riavviare immediatamente un tavolo di confronto con le Associazioni delle donne e di sospendere da subito i termini di pagamento”.

Domani nella storica sede di via della Lungara si terrà una conferenza stampa e lunedì ci sarà un presidio in difesa della Casa internazionale delle donne.

La vicenda

Nel 1987 il Movimento femminista romano aveva occupato parte del complesso del Buon Pastore (fin dal ‘600 adibito a reclusorio femminile), rivendicando la prevista destinazione dell’edificio per finalità sociali, con particolare riguardo alle donne. E’ iniziata una lunga trattativa con il Comune per il restauro e la consegna dell’edificio all’associazionismo femminile.

Nel 1992 il Progetto Casa internazionale delle donne è stato elencato tra le opere di Roma Capitale e approvato dal Comune. La Casa ha deciso di sobbarcarsi tutte le spese ordinarie e straordinarie, dalla ristrutturazione e messa in sicurezza alle bollette. Pagando poi l’affitto al Comune. C’era comunque un debito pregresso che la Casa si è accollata (si dice intorno ai 150 mila euro), che non è mai riuscita a saldare.

Durante l’amministrazione guidata da Ignazio Marino, con il Comune era stato raggiunto un accordo per la “cancellazione” del debito, in cambio di servizi gratuiti offerti alla comunità, in particolare ovviamente nel sociale. E così la Casa ha fatto, con prestazioni socio-sanitarie, psicologiche, legali, di accoglienza e orientamento al lavoro.

Un punto di riferimento passato, presente e futuro per il primo municipio, ma una realtà conosciuta, apprezzata e indicata alle donne (e non solo) in difficoltà in tutta Roma. Con la vittoria del M5s e l’arrivo in Campidoglio di Virginia Raggi e Laura Baldassarre, assessore alla Persona e alla Comunità solidale, dopo un iniziale dialogo, scambio di documenti e confronto su come portare a termine la vicenda, la parte burocratica si è bloccata di colpo. Niente più formalizzazione degli accordi e lettera di sfratto.

Un episodio che è sintomo dell’immobilità dell’amministrazione capitolina. Una realtà importante, non certo la prima, che rischia di sparire dalla Capitale.

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