Superata rabbia e delusione, ora è il momento di riflettere

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Tutto possiamo fare, a caldo, tranne l’analisi del voto. A caldo ci si arrabbia, ci si emoziona, ci si entusiasma, ci si accapiglia, si litiga. E invece l’analisi ha bisogno di lucidità.

Con garbo e lucidità Claudia Mancina ha messo a nudo il tema: possiamo aver sbagliato in comunicazione, possiamo anche aver esagerato in enfasi (non tutti e non proprio), possiamo addirittura aver troppo spesso sottolineato i buoni risultati che gli Osservatori mano a mano registravano, radicalizzando a quel punto il disagio di chi quei risultati non li coglieva né registrava differenze sostanziali nella vita quotidiana. Tuttavia il nodo resta: equivale ad aver sbagliato anche le politiche? E’ questo il cuore del problema, il nodo che dobbiamo riuscire a sbrogliare, come comunità politica che ha necessità di parlarsi e comprendere, se vogliamo essere classe dirigente credibile e soprattutto continuare a dettare, come io immagino chi ci ha votato si aspetti e se lo aspetti anche chi non ci ha scelti, l’agenda in Italia e in Europa.

Tutto possiamo fare, a caldo, tranne l’analisi del voto. A caldo ci si arrabbia, ci si emoziona, ci si entusiasma, ci si accapiglia, si litiga. E invece l’analisi ha bisogno di lucidità. E’ da qui, allora, che bisogna partire. Non dalla composizione o ricomposizione o scioglimento delle correnti né dalla restaurazione dei caminetti. Ha davvero senso in questa fase così delicata pensare in termini di rendite di posizione al nostro interno quando un intero orizzonte va completamente mutando e dobbiamo essere capaci di ricostruire un paradigma politico e operativo dentro e fuori di noi che faccia i conti con la crisi del riformismo a livello europeo, con la domanda di protezione che viene espressa, con le trasformazioni in atto tra Gran Bretagna e Stati Uniti (senza voler arrivare ad assumere l’Africa come questione fondamentale che ci interpella urgentemente e che saremo costretti prima o poi a considerare nella sua enormità, e non solo in termini di migrazione).

Torniamo allora a noi. A questi ultimi anni, alle parole d’ordine che abbiamo messo in campo e sostenuto, tutti nessuno escluso. Ne enucleo alcune, per capire se erano veramente così sbagliate: far ripartire il mercato del lavoro con una Riforma per mettere ordine nella giungla contrattuale, sostenere l’occupazione di qualità e a tempo indeterminato, definire un campo delle politiche attive determinate nel nostro Paese, dare più garanzie a chi fino a quel momento ne era rimasto fuori, conciliare vita e lavoro; un euro in sicurezza, un euro in cultura; tenere insieme crescita e inclusione; ripartire dalle periferie; strategia di sistema per il Mezzogiorno attraverso la costruzione di una alleanza forte e monitorabile Stato Centrale – Regioni; sostegno e tutela alle fasce deboli della popolazione con interventi per la prima volta universali caratterizzati da politiche attive; Industria 4.0 per l’innovazione a 360° nelle imprese e la centralità del legame formazione-innovazione; necessità di un’Europa dei cittadini e non delle tecnocrazie.

Non sono stati i titoli di un interessante convegno. Sono stati i temi al centro della nostra azione di Governo in questi anni. Erano sbagliati? Abbiamo sbagliato l’azione politica? Abbiamo sbagliato se abbiamo messo in campo tutte le misure possibili, ad esempio, per una agricoltura di qualità senza più sfruttamento del lavoro e caporalato e capace di parlare alle nuove generazioni?

Se abbiamo pensato che sostenere le imprese decise a investire in innovazione di processo e di prodotto e riposizionamento sulle fasce alte dei mercati internazionali fosse una delle vie maestre, non l’unica, ovviamente, per far ripartire il mercato del lavoro e soprattutto sostenere una occupazione di qualità. E quando abbiamo affermato che per le politiche attive del lavoro, per una formazione di qualità al servizio delle nuove generazioni e dell’incrocio positivo domanda-offerta,  non ci si poteva perdere nei 21 rivoli delle 21 statualità regionali ma bisognasse individuare un unico soggetto, sia pure territorialmente radicato, e soprattutto una unica regia?

Alcune questioni sono qui. Il che non significa essere avvocato difensore di alcunché ma rifiutarsi categoricamente di annichilire rimuovere e vanificare, nella foga di voler gettare a mare il bambino con l’acqua sporca (nostro antico vezzo), il tanto di buono che c’è stato.  Perché l’obiettivo non può essere una, l’ennesima, rimozione, ma una analisi lucida per una rinnovata azione politica.

Oggi verifichiamo – cronache alla mano – quanto sia stato politicamente, oltre che umanamente, giusto aver affermato sin dal primo momento: noi siamo all’opposizione. Oggi che M5Stelle e Lega sono alle prese con la quadratura di un cerchio e la possibile saldatura di un patto che potrebbe mettere fuori gioco e isolare parte del centro destra, risulta ancora più chiaro come la responsabilità che alcuni invocavano sarebbe stata soltanto una stampellina ancillare e innocua a una filosofia di governo che per sua stessa natura è inconciliabile con noi.

Se è vero, come è vero, che una parte di nostri elettori e nostre elettrici ha scelto il Movimento 5Stelle, se il Mezzogiorno ha scelto in modo in equivoco senza neanche conoscere probabilmente le persone che ha votato, allora dobbiamo ripartire dai luoghi veri e concreti della relazione e del consenso. Ripartire per dare nuova linfa al nostro ruolo, alla nostra idea di politica, al nostro progetto per il Paese.

Si fa politica anche stando all’opposizione. Se siamo un Partito, se siamo una classe dirigente, oggi il nostro banco di prova è questo.

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