Ma il voto non dice tutto di una nazione. Ecco dove si deve guardare

Focus

In Italia la destra sovranista ha vinto, ma a Bruxelles è minoranza. Il ruolo di Bergoglio. La prospettiva del Pd

L’Italia dei rosari usati come amuleti elettorali ha avuto per ora la meglio, ha prevalso la fede-superstizione, identitaria e furbastra (“prima noi” che è un po’ il nuovo “tengo famiglia”, magari più arrogante e ipocrita), antievangelica e pronta a negare l’essenza stessa del cristianesimo; i rosari che portano alla vittoria sono stati associati alla vecchia idea di una nazione che può ‘fare da sola’, a un’autarchia anacronistica e pericolosa. Concetti simili sono stati propalati a piene mani diffondendo illusioni di cartapesta destinate a sciogliersi come neve al sole di fronte alle urgenze economiche e sociali, agli aumenti delle tasse per far fronte alla crescita dell’indebitamento dovuto a misure tanto propagandistiche quanto pericolose nella sostanza.

Il nuovo uomo forte della politica italiana, Matteo Salvini, è in realtà oggi più debole: promette sfracelli a Bruxelles ma la verità è che le elezioni ci hanno restituito un Parlamento di Strasburgo dove esiste, solida, una larga maggioranza europeista che per di più ha superato la prova elettorale forse più difficile della sua storia; di conseguenza la prospettiva è ora che il nostro Paese venga escluso da tutti i ruoli chiave del governo europeo, lasciando i nostri famosi interessi nazionali senza rappresentanza effettiva, senza che l’Italia abbia alcuna reale possibilità di concorrere né alle decisioni collettive in merito all’Unione, né a quelle che ci riguardano direttamente.

E’ un doppio smacco: in primo luogo perché l’Italia è uno dei Paesi fondatori dell’Ue, con personalità che vanno da Alcide de Gasperi a Altiero Spinelli, in seconda istanza perché con un debito pubblico gigantesco come quello accumulato dal nostro paese  e l‘incapacità dell’attuale esecutivo di rimettere in moto l’economia, lo sviluppo, il lavoro, il rischio che il Paese possa intravedere una deriva greca, non è così remoto.

I due populismi italiani sommati, alternandosi nel primato elettorale prima alle elezioni politiche poi alle europee, hanno permesso che in poco più di un anno il capitale di credibilità e di progettualità costruito dall’Italia a Bruxelles sia andato in fumo, sia stato dissolto e distrutto. In particolare il contributo positivo dato dai governi di centorosinistra di ieri e di quelli più recenti, è stato importante, e in molti casi decisivo, per mantenere aperta la prospettiva di un’Unione europea più giusta, più inclusiva, più equilibrata nel rapporto fra i vari Paesi, più collaborativa. Era un cammino non semplice che richiedeva competenza, vocazione europeista, cultura democratica. Tutto questo è stato sostituito dagli slogan sconnessi di Salvini e dal comparsate innocue del premier Giusppe conte a Bruxelles. C’è da augurarsi che, con la stessa rapidità con la quale gli italiani si sono svegliati dall’illusione-incubo a Cinquestelle, riescano a capire velocemente quali sono i rischi gravissimi che si apprestano a correre consegnando il loro destino alla destra italiana: provinciale, razzista, iniqua su piano sociale e fiscale, incapace di costruire relazioni internazionali e diplomatiche degne di questo nome con i partner europei e coni  grandi attori della scena mondiale.

Se l’Europa non è precipitata nel baratro, lo si deve poi anche al coraggio di Papa Francesco, una delle poche grandi personalità di questo tempo. Il vescovo di Roma poteva cedere a un tradizionale machiavellismo vaticano, indurre la Chiesa a prendere la forma degli eventi, a dire le cose senza accentuare i toni, aspettando tempi migliori. Ha scelto invece la via della testimonianza evangelica a costo di dispiacere a qualche frangia tradizionalista, a qualche cattolico di facciata, a qualche potente di turno. Il papa ha ricostruito il legame fra fede e responsabilità, fra Vangelo, amore del prossimo, e storia concretamente vissuta, fra etica – anche laica – e scelte politiche. Il suo non è un programma di governo, ma una bussola che può aiutare le società e i governi nei momenti più drammatici della storia. Con Francesco vive l’Italia della carità, della solidarietà, dell’incontro con l’altro al posto del conflitto, dell’accerchiamento, della paura e dell’odio. Senza contare che la grande affermazione dei Verdi in Europa, coincide con un altro grande filone del pontificato: quello della “Cura della casa comune”, dell’enciclica ‘Laudato sì’, della tutela degli ecosistemi e dell’impegno per limitare il cambiamento climatico come sfida decisiva per la sopravvivenza delle prossime generazioni.

Da parte sua il Pd che esce dalla tornata elettorale come l’unica alternativa all’onda nera che ha attraversato il Paese; è giusto rilevare infatti, che, al di là dei numeri relativa alla comunque traballante maggioranza di governo, una destra xenofoba e nazionalista, con richiami neofascisti, è oggi al 40%; il voto non dice tutto di una nazione, ma per l’Italia questo è un fatto senza precedenti. Il Pd è il primo partito in molti centri urbani di grandi e medie dimensioni fra i quali, è opportuno segnalarlo, c’è anche Roma; la Capitale è oggi il logo simbolo del fallimento grillino, l’amministrazione Raggi vive il suo lungo e, per i romani, straziante tramonto. Dalle città dunque si riparte ma certo il cammino è lungo. Resta, come eredità positiva di questo voto, il tentativo, in parte riuscito, da parte del Pd e del suo segretario, di costruire un percorso unitario; se anche altri avessero aderito a questo progetto oggi la destra in Italia sarebbe un po’ meno forte e la prospettiva di un cambiamento di scenario un po’ più vicina. Ci sarà modo di recuperare, di mettersi alla prova per cercare ciò che unisce e non ciò che divide.

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