Woodcock&Scafarto, storia di una coppia sempre nei guai

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Secondo l’accusa l’ex consigliere di Palazzo Chigi Vannoni sarebbe stato ascoltato a Napoli con “modalità lesive della sua dignità”

Violazioni dei diritti dell’indagato, pressioni e intimidazioni, ma si potrebbe parlare direttamente di “metodo Woodcock“. Dai particolari che emergono in queste ore dall’udienza del processo disciplinare di fronte al Consiglio superiore della magistratura per l’inchiesta Consip, la posizione di Henry John Woodcock è grave ma il pm napoletano non è da solo. Con lui la collega Celeste Carrano e l’immancabile compagno di sventure, il maggiore dei carabinieri Gian Paolo Scafarto, all’epoca capitano del Noe.

Le accuse mosse da Filippo Vannoni sono serie: l’ex consigliere di Palazzo Chigi, sospettato di aver commesso reato, è stato sentito – nel dicembre del 2016 – non come indagato ma come testimone, quindi senza l’assistenza di un avvocato. Ma non solo. Vannoni sostiene di aver subito anche pressioni pesanti per parlare: parlando di microspie e, mostrandogli dalla finestra il carcere di Poggioreale, gli avrebbe chiesto se volesse farci una vacanza. Insieme alla collega avrebbe poi lasciato piena libertà a ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, tra cui Scafarto, appunto, di “svolgere in maniera confusa e contemporaneamente, una molteplicità di domande” e di invitare Vannoni a “confessare”.

Un trattamento che parrebbe non propriamente consona a uno Stato occidentale, soprattutto per un interrogatorio centrale nell’inchiesta Consip.

Infatti il giorno prima l’amministratore delegato di Consip Luigi Marroni, interrogato da Woodcock, aveva dichiarato di aver ricevuto informazioni circa un’inchiesta che lo riguardava da diverse persone di rilievo: il ministro dello Sport Luca Lotti, il generale dei carabinieri Tullio Del Sette, l’ex comandante della legione Toscana Emanuele Saltalamacchia e, appunto, Vannoni. Tutte queste persone vennero iscritte nel registro degli indagati tranne l’ex consigliere di Palazzo Chigi.

Il sospetto che ora sembra emergere in maniera chiara per l’accusa è che Vannoni non sia stato iscritto per evitare che si presentasse con un avvocato. Ma poi l’ex consigliere del governo venne poi trattato a tutti gli effetti come un indagato, anzi peggio. E le dichiarazioni di Vannoni, ottenute con metodi intimidatori, permisero a Woodcock e Carrano di andare avanti con l’inchiesta, pompata poi attraverso alcuni giornali, che scrivevano sulla base di alcune fughe di notizie e arrivate prevalentemente al giornalista del Fatto Quotidiano Marco Lillo. Un modo per screditare l’allora premier Renzi e suo padre?

Delle notizie uscite allora era stato accusato lo stesso Woodcock ma poi il giudice aveva disposto l’archiviazione. Ma la vicenda legata alle notizie arrivate al Fatto è tutt’altro che chiusa: al centro dell’indagine per violazione di segreto ora c’è Scafarto, accusato anche di falso e depistaggio.

È ancora in piedi invece l’accusa al pm napoletano riguardo alle informazioni arrivate a Liana Milella di Repubblica (che sarà ascoltata nella prossima udienza insieme a Nunzio Fragliasso e agli ufficiali presenti all’interrogatorio di Vannoni, tranne Scafarto), almeno secondo quanto riportato in un articolo dalla stessa giornalista, nonostante il pm le avesse chiesto di non pubblicare nulla.

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