“Cambridge Analytica? Peggio delle fake news”. Parla Claudio Giua

Interviste

Non è la campana a morto per Facebook, ma servono le contromisure. Prima o poi la Casaleggio&associati finirà in qualche indagine e ne vedremo delle belle

Che lo scandalo Cambridge Analytica fosse solo la punta dell’iceberg era abbastanza chiaro. La conferma è arrivata dallo stesso Marc Zuckerberg, che ha parlato del coinvolgimento di 87 milioni di persone, ammettendo che a Menlo Park impiegheranno anni per risolvere la cosa.
Ma quali scenari adesso si aprono in un mondo, quello dei social network, finora considerato strumento insostituibile delle relazioni nel terzo millennio? Ne parliamo con Claudio Giua, digital strategy advisor del Gruppo editoriale GEDI.

Facebook è alla sua prima vera crisi. Siamo a un punto di non ritorno per i social network?
Tutti noi abbiamo consapevolezza del fatto che quando cediamo i nostri dati a un’applicazione facciamo un’operazione che ci mette a rischio, il problema è che fino a Cambridge Analytica nessuno si è reso conto della portata del fenomeno. Quello che è successo ha avuto il merito di aver messo in evidenza una situazione di cui non eravamo pienamente consapevoli. Tutti ci siamo cascati e adesso stiamo ritornando sulla terra, quello che muove tutto è il business e non l’etica. Quanto agli effetti reali, non credo che un società che vale in borsa 420 miliardi di dollari sia in crisi. Certo avrà qualche difficoltà in futuro ad avere la stessa immagine positiva, ma non è una campana a morto per Facebook perchè i servizi che offre, come whatsapp, sono ancora troppo utili.

A maggio entrerà in vigore il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati personali. Che impatto avrà?
Certo le cose cambieranno. Anche i colossi web dovranno sottoporsi a delle regole non solo sulla privacy, ma anche ad esempio sulla fiscalità. Al netto di qualche resistenza, sono sicuro che si arriverà ad avere nei singoli Paesi un regime di maggiore concorrenza tra colossi e operatori nazionali.

Zuckerberg ha annunciato una serie di contromisure. Saranno sufficienti?
Non so se saranno sufficienti, certamente sono inevitabili. Non solo Facebook ma tutti i colossi web, se vogliono sopravvivere, dovranno essere molto più rigorosi. Google ha forse capito prima la malaparata, ma le sue politiche non sono più attente di Facebook. E gli sessi problemi li hanno ad Twitter o Linkedin, che ha una qualità di dati molto alta. C’è in campo un’azione di tutti i social network, con legioni di ingegneri al lavoro per mettersi in regola.

E’ un tipo di attività che può incidere sugli esiti politici?
Assolutamente sì. L’effetto che ha avuto Cambridge Analytica sul voto americano è stato molto maggiore delle fake news russe, perché più sottile e meno evidente. Basti pensare che avevano a disposizione i dati di 200 milioni di americani, più di quelli che hanno votato. Una platea che ha consentito un’azione sui singoli utenti nei luoghi giusti, come gli Stati in bilico.

Veniamo all’Italia. C’è il rischio che certi metodi siano stati usati anche qui, e che magari lo siano ancora?
Che ci siano state campagne organizzate con le stesse modalità di Cambridge Analytica non abbiamo notizia. Ma su un tema del genere mi aspetterei che nei prossimi mesi o anni qualcuno, nella fattispecie la magistratura, indaghi. Prima o poi la Casaleggio e associati non potrà che finire in qualche indagine, e allora ne vedremo delle belle, perché è chiaro che la privacy di chi è passato anche casualmente di lì non viene rispettata. Se l’hanno fatto solo con i loro iscritti è un fatto, ma se avessero ampliato sarebbe tutt’altro.

Può esserci stato un effetto già sul voto del 4 marzo?
Non ne ho le prove, ma credo di sì. Altro che piattaforma per condividere azioni e fare proposte, la sensazione chiara è che le attività della Casaleggio e associati siano soprattutto in questo ambito.

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