Cambridge Analytica, la politica viene prima dei metodi. Parla Amenduni

Interviste

Non drammatizzare e insieme non minimizzare. Grave l’uso dei dati a insaputa degli utenti, ma non c’è comunicazione che possa cambiare l’esito di un voto

La vicenda partita dalla Gran Bretagna, con lo scandalo di Cambridge Analytica e il “furto” a loro insaputa dei dati di 50 milioni di utenti su Facebook, sta ogni giorno di più travolgendo non solo il colosso di Menlo Park, ma a catena anche i concorrenti Twitter e Google. La creatura di Marc Zuckerberg ha finora perso circa 80 miliardi di dollari in borsa, mentre Twitter ha toccato un -12% a Wall Street.

Il fondatore di Facebook ha provato a correre ai ripari, prima con pubbliche scuse e poi annunciando modifiche prossime venture alla piattaforma del social più frequentato al mondo, piccoli cambiamenti che dovrebbero consentire un accesso semplificato e più rapido alle informazioni personali e alla possibilità di una loro cancellazione definitiva.
Ma il “terremoto” che ha colpito i colossi social è un temporale passeggero o uno tsunami destinato a fare danni permanenti? Ne parliamo con Dino Amenduni, socio dell’agenzia di comunicazione Proforma ed esperto e appassionato di social media.

Cosa è successo nel mondo dei social media? Il caso Cambridge Analytica segnerà un prima e un dopo?

Il mio invito è a non drammatizzare e insieme a non minimizzare. Non drammatizzare perché anche quando si parla di comunicazione fatta con metodi psicografici (quello che avrebbe fatto Cambridge Analytica, ndr) si tratta pur sempre di propaganda, e la propaganda è una cosa che esiste da sempre. Oggi ha solo trovato forme più sofisticate, ma trattandosi di questo non può che avere un peso circoscritto nel condizionare l’opinione pubblica, come del resto hanno dimostrato tutte le ultime campagne elettorali.

Nel caso di Cambrudge Analytica però si è parlato anche di metodi al limite del lecito, come la costruzione di falsi scandali ai danni del politico di turno.

In realtà anche questo fa parte dei metodi classici. Forse negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere cose simili più nelle serie tv che nella realtà, ma anche cose del genere esistono da sempre.

Si è acceso un faro sul tema della nostra privacy sui social network, ma tutti sappiamo che non appena cerchiamo su google la parola ‘scarpe’, Facebook ci proporrà in tempo reale annunci di calzaturifici. Non è un po’ come scoprire l’acqua calda?

In questo caso non si tratta della scoperta dell’acqua calda perché in discussione sono i metodi usati per la profilazione. Per questo dico anche di non minimizzare: il modello Cambridge Analytica si basa sull’uso di dati sensibili i cui titolari non sapevano sarebbero stati utilizzati per quella finalità. E Facebook, al netto del ritardo con cui è intervenuto, ha dimostrato di non avere il controllo della cosa. Purtroppo non c’è ancora piena consapevolezza tra chi utilizza i social network di quanto e come proteggere i propri dati, ancora oggi la maggior parte degli iscritti a Facebook, se condivide la foto del nipotino, pensa di fare il gesto più normale del mondo. Su questo c’è da fare un grande lavoro di alfabetizzazione digitale. Allo stesso modo, tornando a Cambridge Analytica, non è in nessun modo tollerabile la cessione di dati a terzi.

Ma secondo te il gioco è valso la candela? E cioè, questa attività ha davvero influito nell’elezione di Trump?

Non si può escludere che negli Stati Uniti quel metodo abbia influito, ma solo nella misura in cui la legge elettorale americana è fatta come è fatta, non a caso l’attività di comunicazione psicografica si è concentrata solo negli stati in bilico. La prova di questo è che tutte le attività lecite o meno lecite portate avanti non hanno impedito a Hillary Clilnton di prendere più voti in termini assoluti. Questo perché a monte di tutto c’è sempre e solo la politica, che ti permette di fare un certo tipo di comunicazione piuttosto che un’altra. Certo quando c’è un testa a testa la comunicazione può avere un suo peso, ma in assoluto non può cambiare i sommovimenti profondi che guidano le scelte di una società.

Si tratta di una crisi passeggera o è un punto di non ritorno per i colossi social?

C’era già in modo strisciante una domanda di maggiore tutela dei dati personali, ma era una cosa che interessava di più l’Europa, mente adesso è scoppiata anche negli Stati Uniti. Era una richiesta che faceva fatica ad emergere perché sembrava impossibile mettere in discussione lo status quo, mentre quello che sta succedendo oggi potrebbe creare uno spiraglio per discutere finalmente a livello globale di cosa significhi trattare i dati sensibili delle persone. E’ vero che Zuckerberg ha chiesto scusa, ma non ha detto che cambierà qualcosa di sostanziale nel trattamento della privacy. Non ci si deve accontentare e bisogna andare avanti su questa strada.

Secondo te può servire un intervento legislativo, magari a livello transnazionale?

Bisogna fare attenzione perché dove entra la politica ci possono essere le democrazia mature ma anche Paesi come la Turchia o la Cina, non esiste una ricetta che funzioni ovunque. Ma forse la strada di un tentativo di regolamentazione transazionale, magari europeo, potrebbe essere un inizio.

Concludiamo con l’Italia. Cambridge Analytica scrive sul suo sito di aver lavorato per un partito italiano, può esserci stata una qualche strana interferenza alle ultime elezioni?

Bisogna essere cauti. Ad esempio M5S non ha mai usato metodi psicografici e non so se siano mai stati utilizzati in assoluto in Italia. Cambridge Analytica fa riferimento a precedenti elezioni ,e in ogni caso l’ordine di grandezza dei risultati è tanto elevato che l’impatto comunque non sarebbe stato determinante. Metodi di persuasione occulta avrebbero forse potuto alterare il risultato finale di 2 o 3 punti o in qualche collegio, ma la fotografia restituita dal voto è talmente chiara su quello che l’Italia ha detto di volere che non c’è Cambridge Analytica che tenga.

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