“Io ci credo nel Pd. Deve sbloccare l’Italia”. Parla Claudia Gerini

Interviste

Intervista all’attrice romana che è reduce dalla presentazione di “Ammore e Malavita” dei Manetti Bros al Festival di Venezia

È una furia Claudia Gerini. Balla, canta, recita, scalpita, fugge da una storia all’altra, da una vita all’altra. E non si ferma mai. Una mina vagante, consapevole della sua natura. “Sono del sagittario, che ci vuoi fare: per me la vita è solo aspettativa e futuro”, dice mentre sale su un taxi che la porta a una trasmissione tv.

Reduce dal Festival di Venezia, dove ha presentato Ammore e Malavita dei Manetti Bros (i fratelli Marco e Antonio, tra i registi più apprezzati dell’underground romano, impossibile non citare Zora la Vampira Torino Boys), la ragazzina che sognava di diventare Lorella Cuccarini a Fantastico e ballava Cicale scimmiottando Heather Parisi davanti allo specchio, passando per Non è la Rai, è approdata al grande schermo con Verdone, suo padre cinematografico. Dopodiché, mai una volta che si fosse fermata. Mai.

Nel film dei Manetti lei è donna Maria, una via di mezzo tra la Scianel della serie tv di Gomorra e una neomelodica in versione Flashdance, che cosa dice questo film su Napoli che ancora non è stato detto?
Il film è un’opera comica pop, unico nel suo genere e molto difficile da rinchiudere in una definizione. Racconta una Napoli notturna, divertente, colorata, piena di speranza. Direi che siamo in pieno anti-gomorra. Lo stile ricorda quello di Tarantino ma c’è anche qualcosa di Grease, un tot di Mario Merola e molta azione. Prenda il mio personaggio: sono la moglie di un boss della Camorra, don Vincenzo, “ o’ re do’ pesce”, interpretato da Carlo Buccirosso. E penseresti mai che a donna Maria, patita dei film di James Bond, venisse in mente l’idea più romantica di tutte?

Quale?
Quella di inscenare il funerale del marito per fuggire da tutto: dalla malavita e anche dalla vita e stare finalmente liberi e felici. Il tutto mentre si canta di se stessi e della propria condizione e si balla, come sciamani, o neomelodici, nella più pura tradizione partenopea. Quella del miscuglio.

Com’è stato il Festival quest’anno?
Mi è piaciuto molto, trovo il cinema italiano in grande forma e vedo anche molto coraggio: presentare un film anticonvenzionale come quello dei Manetti in concorso è una scelta interessante che premia la sperimentazione e la creatività dei nostri autori. Il materiale umano c’è, bisognerebbe fare sempre di più per valorizzarlo.

Lei ha iniziato giovanissima a fare cinema e ha lavorato con tantissimi registi, spaziando tra ruoli comici e drammatici. Qual è la parte più difficile?
Far ridere è una cosa serissima. Pensi alla maschera tragica di Paolo Villaggio o al cinismo di Sordi. La commedia ha un ritmo e un tempo che prevede una naturalezza, una spontaneità. E’ difficile fare bene la commedia, ha molte più sfumature, più bassifondi. I ruoli drammatici sono come li vedi, presentano meno trappole.

Di lei Carlo Verdone ha detto: “Ho solo spolverato una pietra e l’ho incastonata, il gioiello c’era già”.
È il mio maestro. Posso dire che è stato lui a darmi la possibilità di esprimermi come attrice comica.

Famolo strano è passato alla storia.
Adoro la gente, le persone che mi fermano per la strada. Sono come loro, mi piace mescolarmi. Un attore è sempre un po’ un antropologo, trae ispirazione dal genere umano. Per questo ho sempre adorato i film di Sordi, con tutti quei tipi umani e poi quelli di Verdone, che ne ha preso il testimone.

Con quali film è cresciuta?
Sul divano con papà la sera guardavamo di tutto: da Celentano a Risi. L’epoca della commedia italiana in bianco e nero è indimenticabile, con questa Roma bellissima a fare da sfondo.

Come vede adesso la sua città?
Un disastro completo. Mi sono commossa a leggere l’appello accorato di Fuksas, penso che abbiamo un patrimonio inestimabile che stiamo buttando via. Le dico solo questo: ho girato le riprese di Suburra, una serie tv per Netflix che sarà vista in 190 paesi al mondo da 104 milioni di abbonati. Tutte queste persone potranno vedere una Roma stupefacente, fotografata in modo spettacolare. Poi però, guardi fuori e la realtà è un’altra. Ma io la mia città non la mollerò mai. Anche se è dura, si figuri che per aver fatto un tweet per dire che alla stazione c’è troppa fila per i taxi sono stata linciata. C’è un clima difficile.

I politici come dovrebbero comportarsi?
Per me un politico ha il dovere di andare tra le persone, ascoltare e fare cose che aiutano a vivere meglio tutti i giorni. La Suburra in fondo era il luogo dove i politici si mascheravano da uomini qualunque per captare gli umori del popolo.

Renzi prende il treno e gira il Paese: vale come forma di ascolto?
Io ci credo in Matteo. Quando è diventato premier è riuscito a spazzare via alcuni paradigmi. I problemi grossi di questo Paese li sappiamo tutti: troppe tasse e burocrazia. Quando mi capita di parlare con gli imprenditori dicono tutti la stessa cosa: è tutto complicato, tutto difficile e lento. Lui ci ha provato e deve continuare su quella strada.

Gli dia un consiglio.
Fossi in lui insisterei tanto su politiche per la vita di tutti i giorni, le persone debbono essere facilitate nelle piccole cose quotidiane. Quasi quasi ci vorrebbe un call center del Pd, qualcuno che ascolti i problemi della gente. E poi un altro: ha scritto un libro bellissimo, dove si vede la passione e la sofferenza dell’uomo, continui a mettere quella anche nel suo lavoro.

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