Contro le falsità non serve una legge, ma più cultura. Parla Stefano Epifani

Interviste

Il direttore del Digital Tranformation Institute presenta il ‘decalogo contro le fake news’

All’inizio erano semplici ‘bufale’, notizie farlocche messe in giro senza troppa cattiveria. Poi sono arrivati Putin, le ingerenze russe, le lobby della menzogna a fini politici ed economici, e la bufala è diventata ‘fake news’. Per dare un contributo alla discussione, il Digital Transformation Institute ha pubblicato il Decalogo sulle fake news, come si legge nel titolo dello studio: ’10 regole per affrontare il problema’.
Ne parla con Democratica Stefano Epifani, presidente dell’istituto e docente di Social Media Studies all’Università La Sapienza, autore del manifesto insieme ad Alberto Marinelli e Giovanni Boccia Artieri.

Professore, innanzitutto ci parli del decalogo. Com’è nata l’idea di questo lavoro?
L’intento è quello di contribuire alla discussione con un approccio di ricerca. Abbiamo costruito il decalogo attraverso un processo di confronto tra esperti, con l’obiettivo di mettere insieme un sistema di competenze che andasse aldilà delle polemiche. L’assunto principale è uno spostamento dell’asse: il dibattito pubblico è sui social network, mentre invece il problema è di consapevolezza. Il problema nasce dal fatto che soprattutto in Italia non ci siamo mai occupati di media leteracy.

Si è parlato di una possibile legge. Lei cosa ne pensa?
Noi diciamo che fare qualcosa in termini legislativi non solo è inutile, ma pericoloso. Oggi viviamo una dinamica prettamente politica, ma lo stesso meccanismo riguarda bufale anche su altri fronti. Quello che è mutato è l’ecosistema informativo, e oggi abbiamo una marea di persone che non hanno idea di come muoversi in questo nuovo contesto. Un approccio legislativo darebbe un ruolo centrale ai social network, che diventerebbero i decisori della verità.

Eppure c’è chi chiede più trasparenza per i siti di informazione.
Più che regolare l’informazione dobbiamo creare consapevolezza negli utenti. Possiamo mettere le persone in condizione di comprendere le dinamiche che portano alle fake news: non è detto che una bufala nasca tale, ormai viviamo un tipo di informazione memetica, e i meme hanno un meccanismo inferenziale per cui una cosa quasi vera diventa tutt’altro dopo dieci passaggi. Si può dire che il problema delle fake news non sono le fake news, ma gli occhi di chi legge, e questo riguarda tutti i ceti sociali.

Resta il fatto che dietro ai falsari dell’informazione pare ci siano grandi gruppi di interesse, sia politico che economico.
Certo la partita sulle fake news è molto più economica che politica. È un qualcosa che c’è da sempre, solo che oggi si alimenta di nuovi canali, ma con una risposta normativa a un fenomeno borderline otterremmo solo che dopo due minuti quello stesso fenomeno si riorganizza in un’altra forma. A volte la politica ha bisogno di trovare risposte semplici a questioni complesse.

Mentre faccio crescere la consapevolezza non è giusto provare comunque ad arginare il fenomeno?
Certo alcune cose si potrebbero fare, ma rischiano di essere inefficaci perché semplicemente non le vogliamo vedere. Il problema è che negli utenti c’è una specie di rimozione della necessità di conoscere la verità. Nella post verità la dimensione della testa è secondaria rispetto all’istanza emotiva, per cui siamo portati a un processo di assimilazione per osmosi delle notizie, anche se bufale. È lo stesso meccanismo dell’hate speech, cioè l’assimilazione per contrasto o per immedesimazione. Per questo la soluzione che proponiamo è basata su meccanismi che intercettano dinamiche e un linguaggio che gli utenti conoscono. Dunque se una notizia è falsa si possono fare due cose: sviluppare meccanismi automatici basati ad esempio sui big data, oppure sfruttare la dimensione collaborativa della rete, ossia le segnalazioni. Tra l’altro, i social network non traggono alcun vantaggio dalle fake news, perché più l’ambiente è confortevole per gli utenti e meglio è per i profitti.

Da più parti si è lanciato un allarme in vista delle elezioni. Una soluzione di lungo periodo può bastare?
L’allarme c’è, ma penso che una cura normativa affrettata da qui al 2018 rischi di essere di gran lunga peggiore del male. L’unico modo per contrastare il rischio di cui si parla è la consapevolezza diffusa. Certo è vero che serve un lungo periodo per ottenere risultati, ma possono esserci soluzioni di medio periodo, come ad esempio usare un mezzo ancora diffusissimo come la Tv. Facciamo formazione tramite il servizio pubblico, in fondo la Rai è nata per questo. Oggi parliamo di fake news con riferimento all’arena politica, ma il tema riguarda tutto il modo in cui le persone creano il proprio meccanismo di consapevolezza. Ciò che serve è un’opera di alfabetizzazione diffusa che includa la Rai, le scuole, gli ordini professionali, le Università e via dicendo. Insomma vanno usati tutti gli strumenti utili a creare maggiore consapevolezza.

Il Pd ha pubblicato il primo report sulla disinformazione in rete. Cosa ne pensa?
L’idea di sviluppare un report periodico è ottima e lodevole, perché contrasta il fenomeno e fa comunicazione politica intelligente. Certo è anche una responsabilità, perché definire cosa è fakenews – per un partito – può essere delicato e richiede un approccio serio e una forte etica. Ma rappresenta anche un esercizio di formazione per tutti i suoi (e)lettori, e qualsiasi cosa stimoli una riflessione culturale sul tema è preziosa e benvenuta.

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