Ecco cosa succede (davvero) in Libia. Parla Carlotta Sami

Interviste

Intervista alla portavoce in Sud Europa dell’agenzia Onu per i rifugiati

Una storia dietro ogni numero. C’è questo poster all’ingresso della sede romana dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Palazzina anni cinquanta nel cuore dei Parioli, quattro piani e persone diversissime tra loro, per età e nazionalità, lavorano all’Unhcr. In effetti, un porto di mare. All’ultimo c’è l’ufficio di Carlotta Sami, 46 anni, milanese cresciuta tra Genova e Trieste, cittadina del mondo dopo averlo girato per vent’anni, prima con la Cooperazione Italiana e Save The Children, e poi con Amnesty International.

Era il 3 ottobre 2013 quando la Sami raccolse il testimone di Laura Boldrini, divenendo la portavoce dell’organismo dell’Onu. Non un giorno a caso: una di quelle date che cambiano il mondo e che cambiarono l’Italia. La più grande sciagura umana nel canale di Sicilia, si diceva, 368 morti accertati, di lì a poco sarebbe partita l’operazione Mare Nostrum, voluta dal premier Enrico Letta. Ma poi Mare Nostrum finì, nel novembre 2014 e arrivò la soluzione europea di Frontex. Il 18 aprile 2015 la tragedia di due anni prima venne doppiata: 700 persone persero la vita in un naufragio al largo della costa libica. L’Italia ancora una volta alzò la testa: Matteo Renzi andò a Bruxelles con in mano un piano che si chiamava Migration Compact. Per eterna testimonianza di ciò che solo tra decine di anni saremo in grado di capire, il presidente del Consiglio italiano volle far riemergere dal mare quel peschereccio. Seppellire i morti, l’atto di pietas più sensato che si potesse fare. In anni in cui l’imperativo è fare la differenza, segnare il nuovo passo, accompagnando il cammino dei popoli che coinvolge 65 milioni di persone al mondo, di cui l’86 per cento vive nei Paesi più poveri e che più stanno accogliendo: il Niger, il Ciad, i paesi del corno d’Africa.

“Quello che viviamo qui è solo un riflesso” dice Carlotta Sami nel suo ufficio semplice, di una viaggiatrice. Sua figlia Matilde, nove anni, l’aspetta seduta nella scrivania accanto, è buona, attenta, le scuole non sono ricominciate ancora, le mamme che lavorano hanno tutte le stesse dinamiche. Ascolta Matilde, quello che sua madre racconta dei rifugiati. Una storia dietro ogni numero, chissà quante ne sa.

“L’ultima è quella di Augusta, i trafficanti le hanno lanciato benzina addosso perché non aveva i soldi per pagarli, E’ stata visitata dopo cinque mesi”, racconta Sami che fa subito un Tweet. Il mondo deve sapere cosa succede in Libia, con i campi che sono prigioni dove le persone vengono obbligate ai lavori forzati per guadagnarsi un posto in paradiso, in un’imbarcazione di fortuna, con un delinquente senza scrupoli al timone, ma comunque: direzione Europa.

Con l’accordo di Parigi sarete più presenti in Libia?
Vorrei chiarire una cosa: noi in Libia ci siamo dal 1991. Nel 2014 abbiamo dovuto far evacuare il personale internazionale per ragioni di sicurezza ma abbiamo continuato a lavorare con il personale locale. Adesso abbiamo ripreso, e anzi, potenziato e rafforzato relazioni con i partners del luogo.

Che situazione avete trovato? Cosa non arriva qui?
Il 21 maggio scorso il nostro Alto Commissario è entrato nei campi e ha trovato una situazione scioccante: il fatto è che questo sistema non è nuovo, la Libia utilizza da sempre la detenzione di massa. Quello che manca, da noi, è la consapevolezza che i migranti siano tenuti in condizioni disumane in campi di detenzione: sono prigionieri che non hanno colpa se non quella di sfuggire da guerre o miseria. E questo vale solo per le prigioni di cui si ha conoscenza e dove possiamo entrare ma ce ne sono altre dove accade di tutto: stupri, ogni tipo di violenza, promiscuità. I racconti che ci arrivano da chi riesce ad approdare in Italia sono incredibili: alcune persone sono state rapite, derubate, costrette a lavorare come schiavi e poi sbattuti in una barca. Molti erano andati in Libia nella speranza di trovare un lavoro lì, di venire in Italia non ci pensavano proprio.

La priorità è la lotta ai trafficanti.
Senza dubbio. Ma poi bisogna fare in modo che chi ha diritto a rifugiarsi abbia la possibilità di farlo, quindi occorre rafforzare le vie legali, i cosiddetti corridoi umanitari, e poi sostenere praticamente le economie dei paesi africani, che si sobbarcano la stragrande maggioranza dell’accoglienza. Si figuri che l’Uganda ha accolto da sola un milione di persone, quando in Europa hanno trovato asilo un milione e mezzo di profughi.

Insomma, aiutiamoli a casa loro è giusto.
Certo, il problema è che su questi delicatissimi temi, su cui giocano demagoghi e aizzatori di paure, gli slogan non vanno bene. E’ un attimo scivolare nel razzismo. Però il concetto è giusto, i bisogni locali sono importantissimi. Valutiamo che in Libia ci siano 226 mila sfollati, oltre a 42 mila rifugiati registrati con noi, di cui la metà sono siriani. Ma sono moltissimi quelli che non sono registrati e decine di migliaia i migranti e i rifugiati nei centri di detenzione oppure sequestrati da milizie e trafficanti.
Noi siamo presenti nei centri di detenzione ufficiali, cercando di portare assistenza: il nostro obiettivo di medio periodo è aprire queste prigioni. Negli ultimi diciotto mesi abbiamo liberato più di mille persone.

La soddisfa l’accordo siglato a Parigi?
Il nostro commento è stato immediato e positivo, per varie ragioni. Prima di tutto non si tratta di una bilaterale ma di un intervento su più livelli che coinvolge vari Paesi, europei ed africani. Poi è molto importante il principio che è alla base di questo accordo: l’intenzione non è solo quella di fermare i flussi ma di gestirli, di governare il fenomeno. Finalmente dopo anni di approssimazione ci sembra che ci sia una volontà univoca di farsi carico della questione Mediterraneo con un impegno importante sul piano dei diritti umani. L’Europa ha capito che deve darsi una strategia e che per fermare il traffico di esseri umani deve contribuire a creare anzitutto condizioni di sviluppo per i paesi africani. Ci sono realtà chiave come il Ciad i il Niger che vanno supportate: da soli accolgono centinaia di migliaia di rifugiati e migranti. E’ molto importante nell’accordo di Parigi il riferimento ai canali legali alternativi: riteniamo che l’ Europa debba accogliere come minimo 40 mila persone in più , provenienti dal Corno d’Africa , dalla west Africa, dalla Libia e dall’Egitto. Si tratta delle persone più fragili, che vanno messe in sicurezza subito, donne e bambini, anziani, disabili e malati.

La risposta alla relocation però sono stati i muri.
Occorre una capacità di visione politica dei singoli stati, infatti: non c’è nessun Paese al mondo che possa pensarsi estraneo al cammino dei popoli. E’ la storia, quando non il buon senso, che dovrebbe insegnarci quanto sia necessario dotarsi di una strategia di lungo periodo per affrontare le migrazioni.

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