“La mia battaglia per la piena accessibilità”. Parla Lisa Noja

Interviste

Intervista all’avvocatessa milanese, classe ’74, uno dei volti nuovi schierati dal Partito democratico per il voto del 4 marzo

Lisa Noja, classe ’74, avvocatessa milanese esperta di antitrust con alle spalle master e bar examination negli Stati Uniti, è tra i volti nuovi schierati dal Partito democratico per il voto del 4 marzo. All’evento per la presentazione del programma del Pd Matteo Renzi l’ha voluta come testimonial di uno dei punti fermi delle proposte per la prossima legislatura, quella battaglia per la piena accessibilità di cui lei, affetta fin da bambina da atrofia muscolare spinale, è diventata una paladina, battendosi con le armi della tenacia e del sorriso per un mondo con sempre meno barriere. Con Democratica Lisa accetta di parlare della sua storia e dei motivi che l’hanno spinta a mettersi in gioco in prima persona.

Lisa, lei ha vissuto negli Stati Uniti, dove la vita sarà stata più semplice, eppure è tornata qui. Come mai?
Sono rientrata soprattutto per motivi di lavoro, negli Stati Uniti era scoppiata la crisi dell’hi-tech e dall’Italia era arrivata una buona offerta. Certo dal punto di vista della comodità della vita un po’ l’ho sofferto, in California potevo andare dappertutto, lì è una cosa naturale, per questo la questione dell’accessibilità è diventata un mio pallino. Sono rientrata in una città, Milano, dove nel frattempo tanti passi erano stati fatti, ma per fare un esempio ai tempi dell’Università a causa delle barriere architettoniche non ho potuto frequentare quella statale.

Ci parli della sua candidatura. Come mai questa scelta?
Sono iscritta al Pd da un po’ di anni, poi nel 2012 insieme a tanti abbiamo avuto un risveglio, perché abbiamo visto in Matteo Renzi una risposta alla richiesta di cambiamento di cui c’era necessità estrema. Dopo l’impegno nel circolo e a livello cittadino, e dopo essere diventata junior partner del mio studio, dunque in un momento di realizzazione dal punto di vista lavorativo, ho sentito di voler restituire in parte ciò che avevo ricevuto. Altri si impegnano nel volontariato, io ho sempre avuto passione per la politica.

E poi è arrivato Beppe Sala.
Sì, da lì è partito un impegno intenso, con lui ho costruito il programma sull’accessibilità per Milano. Mi è servita soprattutto l’esperienza in California, dove ho provato ‘l’ebbrezza’ dell’accessibilità e dove mi sono resa conto di come questa incida sull’autonomia e sulla libertà. Dopo le elezioni Sala ha poi deciso di creare una delega, che mi ha affidato. È stata una cosa molto bella perché è un tema su cui sento molto la mia storia, e in questo anno ho potuto contribuire a costruire un approccio al problema che non fosse quello di una nicchia ma come visione della città, perché una città più accessibile è più comoda per tutti.

Milano a parte, nel resto del Paese siamo un bel po’ indietro, è così?
In Italia abbiamo difficoltà legate anche al patrimonio urbanistico, con palazzi vecchi di secoli. C’è poi un problema di grande disomogeneità, è una specie di roulette russa che a seconda di dove nasci ti darà la possibilità o meno di fare cose come andare all’Università. I tempi sono maturi per affrontare questo problema, che è anche economico perché il turismo accessibile vale milioni di euro. Chi ha bisogno di accessibilità, se trova strutture accessibili poi torna.

E la politica, come si è mossa in questi anni?
Già nella scorsa legislatura c’era stata una giusta intuizione, con la proposta di riordino della normativa sulle barriere architettoniche. Spero che sarà possibile riprendere in mano quel dossier in un’ottica di accessibilità universale, perché la disabilità non è solo motoria ma anche sensoriale o cognitiva. Gli architetti la chiamano “design for all”, perché non esiste uno standard umano, siamo tutti diversi e quando progetti uno spazio devi pensarlo a misura di tutti.

Lei ha lavorato al programma del Pd su questo. Cosa proponete?
I governi di centrosinistra hanno fatto passi importanti, come la legge sul Dopo di noi, quella sull’autismo e l’attenzione ai care giver, che ha riconosciuto il lavoro di cura delle famiglie. Adesso spero che questo percorso non si interrompa e nel programma del Pd ci sono le premesse. La nostra proposta si basa su tre punti: il riconoscimento che i bisogni non sono standard, dunque il sostegno deve essere calibrato sui bisogni. Vogliamo aumentare l’assegno di accompagnamento, ma in maniera graduale in base alle necessità. L’idea di superare un’ottica meramente monetaria, dando la possibilità di scegliere un budget di cura per il quale si possono riceve anche servizi. E infine cominciare a pensare a un piano ad hoc per i giovani disabili, per sostenerli in un progetto di vita. Io oggi sono autonoma, ho un lavoro e vivo da sola, ma senza la mia famiglia non ci sarei riuscita. Dobbiamo assicurare che tutti i ragazzini possano avere le stesse opportunità che ho avuto io, per diventare un Paese in cui a tutti è data la possibilità di realizzare il proprio potenziale.

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