Il finanziamento dei partiti italiani e l’influenza straniera. Colloquio con Francesco Galietti

Interviste

Nel suo libro il fondatore dell’osservatorio Policy Sonar sottolinea quanto la politica e le nostre istituzioni siano esposte a un condizionamento esterno

“Il cocktail di sistema proporzionale e finanziamento privato rischia di rendere l’Italia e le sue infrastrutture condizionabili dall’estero. Le condizioni delle finanze pubbliche non lasciano intravedere un ritorno al finanziamento pubblico e, vista la delicatezza della fase geopolitica in cui ci troviamo, non è per nulla escluso che si apra una vera e propria gara al rialzo per il condizionamento dall’esterno del Belpaese, combattuta tra blocchi geopolitici e trust geoeconomici”.

A scriverlo è Francesco Galietti (Torino, ’82), scenarista ed esperto di analisi strategica, fondatore dell’osservatorio Policy Sonar, nel suo libro: Sovranità in vendita – Il finanziamento dei partiti italiani e l’influenza straniera, pubblicato da Guerini e Associati. Quasi 120 pagine scritte per dire che oggi la politica e le istituzioni tricolori sono interessati dal condizionamento interno delle lobby, ma anche esposti al loro condizionamento esterno.

“L’Italia – si legge –  ha oggi il terzo debito pubblico al mondo, una crescita anemica e una demografia senescente che combina il tradizionale dualismo Nord Sud con lo spettro di un conflitto generazionale che incide la carne viva delle famiglie e le tradizionali reti solidaristiche del Belpaese. Ciononostante, l’Italia è appetibile. I partiti sono organizzazioni porose, ormai sganciate  dal cordone ombelicale del finanziamento pubblico. La cronica ricerca del denaro, tanto a livello centrale quanto a livello locale, ne fa un bersaglio ideale per potenze esterne intenzionate a condizionare l’agenda politica italiana. Del resto, l’Italia, geografia liminare per destino più che per scelta, non ha chiarito a stessa se intende essere la frontiera esterna dell’Occidente euroatlantico oppure l’avamposto occidentale del nuovo ordine europeo – pacifico. Roma è in bilico e il rischio è che basti davvero poco a spingerla tra le braccia del capitalismo autoritario”.

Insomma, un quadro poco confortante, risultato, scrive, di quel provvedimento che abolì il finanziamento pubblico ai partiti, voluto nel 2013 dal duo Renzi-Letta.  Per ironia fu lo stesso Letta che consentì ai cinesi di China State Grid l’ingresso di distribuzione del gas (Snam) e dell’elettricità (Terna). 

Sì. Quella di Letta fu un’autentica catastrofe. Per un verso, Letta si caratterizzò per una grave sottovalutazione della cifra autoritaria cinese e delle sue inevitabili implicazioni. Per un altro verso, coltivò forse l’illusione che fosse possibile surrogare in tempi stretti il finanziamento pubblico mediante donazioni private. Dimostrò di non saper leggere né lo scacchiere internazionale in rapido, prepotente riordino, né il senso di crescente disaffezione degli italiani per i partiti mainstream”.

Ma quanto rischia oggi l’Italia?

La nostra geografia si conferma ancora una volta un destino. In Guerra Fredda ci vedeva a cavallo tra l’Occidente capitalista e il blocco sovietico. Oggi siamo nuovamente in una posizione liminare, ma i blocchi in competizione sono quelli del capitalismo democratico e quello del capitalismo autoritario. I massicci flussi di investimenti provenienti da quest’ultimo blocco testimoniano l’interesse per le nostre tecnologie e le nostre reti, nonché l’interesse a puntellare un Paese al centro del Mediterraneo e portone d’ingresso per l’Europa. La spoliazione della nostra sovranità passa prima di tutto dal condizionamento dei nostri partiti, che la Costituzione vuole architrave dell’intero sistema politico. Il condizionamento dei partiti è, dunque, la piùsistemica delle cessioni di sovranità, perché non passa nemmeno attraverso il processo democratico, bensì attraverso i conti correnti dei partiti.

Una legge elettorale prevalentemente proporzionale costituisce un aggravante.

Un sistema proporzionale tende alla frammentazione, e ciò aumenta il numero di attori politici verso cui indirizzare azioni di condizionamento. Se la frammentazione è particolarmente elevata, anche partiti piccoli disporranno di notevoli poteri di blocco. Questo a sua volta li renderà interessanti agli occhi di chi vuole disporre di un potere di condizionamento in Italia e in Europa

Si può tornare indietro, ci sono soluzioni?

La ricetta che propongo nel mio pamphlet non è, una volta tanto, quella dell’invocazione della magistratura, ma quella della trasparenza. È possibile, benché non particolarmente bello, consentire il finanziamento estero dei partiti, ma l’elettore deve essere in grado di capire chi finanzia i vari partiti secondo la logica del what you see is what you get.

Ritiene che in Italia sia un tema sensibile e che le forze politiche siano realmente interessate ad occuparsene?

Finora il tema del rischio di condizionamento della nostra democrazia è stato declinato solo in chiave interna, come condizionamento da parte di portatori di interessi particolari (leggi: lobby). La porosità della politica, tuttavia, si presenta oggi con intensità particolarmente forte alla luce del riordino geopolitico in atto. È da mettere in conto che, più prima che poi, anche il finanziamento estero della politica torni oggetto di dibattito politico. Torno a ripetere che il nostro ordinamento è indifeso, privo di qualsiasi previsione in materia di finanziamento straniero ai partiti italiani. Gli stessi politici che tanto minuziosamente si sono dedicati a riordinare il meccanismo di finanziamento della politica hanno del tutto omesso di affrontare il problema, tenendo conto che la politica ha dei costi e che, se il denaro proveniente da Paesi autoritari si rivela problematico sotto forma di investimenti in aziende private, i rapporti della politica romana con gli stessi Paesi sono oggi autentici grattacapo. E a poco vale sostenere che dopo tutto anche i politici della Prima Repubblica intrattenevano relazioni talvolta molto intense con autocrati – quello tra Giulio Andreotti e il colonnello Gheddafi è forse il caso più noto, ma di certo non l’unico – dal momento che il contesto storico era profondamente diverso e così i rapporti di forza.

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