“Il grunge è stato lo specchio di una generazione”. Parla Andrea Pomella

Interviste

Intervista ad Andrea Pomella, tra i 12 finalisti al Premio Strega con “Anni luce” edito da Add. Al centro del romanzo il grunge e i Pearl Jam

La dozzina dei libri finalisti al Premio Strega resa nota qualche giorno fa ha presentato interessanti novità, come la presenza di sei autrici donne e di libri pubblicati da piccole case editrici.
Abbiamo incontrato per Democratica Andrea Pomella, finalista con il libro Anni luce, edito da Add.
Un libro che fa entrare il rock nel mondo patinato dei premi letterari e che con tutta probabilità scompiglierà i capelli a qualcuno. Al centro del romanzo, in parte autobiografico, un gruppo che ha fatto furore negli anni ’90 – e che per la verità continua a farne oggi -, i Pearl Jam di Eddie Vedder, e il loro primo album, Ten, che nell’estate del 1991 arrivò per segnare un’epoca. Un gancio originale per raccontare un pezzo del viaggio dell’autore, in giro per le strade d’Europa e dentro se stesso, nel quale non faticherà a riconoscersi un’intera generazione.

Come è nata l’idea del libro?
È nata a cena. Parlavamo dei nostri ricordi, soprattutto alcolici, degli anni ’90, e raccontai di un incidente che ebbi nel 1995, quando feci una giravolta sul Raccordo mentre ascoltavo Black. La musicassetta si smagnetizzò in un punto preciso, un salto di due secondi in cui vidi la fine della giovinezza. La storia piacque, ne scrissi per i 25 anni di Ten e da lì è venuto il libro.

Un romanzo di formazione in cui si parla di un viaggio. Quanto Kerouac c’è?
È un racconto personale che attraversa i generi, invece l’omaggio a Kerouac c’è tutto. È stata una mia passione, dai 18 ai 20 anni rileggevo Sulla strada ogni primavera e sull’atlante seguivo gli spostamenti dei protagonisti. Fino a quando ho conosciuto un mio coetaneo che era la rappresentazione vivente del Dean Moriarty di Kerouac, un pazzo scatenato che viveva con libertà estrema e che in Anni luce ho raccontato con il personaggio di Q.

Gli anni ’90 hanno segnato la fine delle ideologie. Nel libro c’è anche questo?
Sì. La chiave politica la intravedo nel passaggio sui miei anni universitari, quando si vivevano gli strascichi della pantera. Erano dinamiche a cui ero estraneo, ho sempre mal sopportato quel tipo di appartenenza esposta e non praticata. La percezione era che quei ragazzi fossero fuori tempo massimo, replicavano i modelli dei genitori, perdenti in partenza. La pulsione ribelle l’abbiamo ricevuta dal grunge, che allora nasceva a Seattle. L’altro passaggio politico del libro è nel tema del viaggio: poter passare da un Paese all’altro con l’interrail era un modo molto forte di costruire l’Europa. Lavoro a scuola e quello che vedo oggi è che ai ragazzi piace viaggiare, ma loro i confini preferiscono sentirli. Mi sembra un’enorme regressione.

Hai parlato del grunge come del primo genere musicale “fondato sulla depressione”.
Ogni genere musicale della cultura popolare è sempre stato legato a un sentimento: nel punk la rivolta, nel rock la rabbia. Il grunge è il primo e unico genere musicale legato una patologia psichica, ossia la depressione. Che questa non fosse una maschera lo dimostra il fatto che tranne Eddie Vedder, i suoi protagonisti sono tutti morti, fino a Chris Cornell. Tutti i protagonisti di quella stagione venivano da famiglie disastrate, separazioni, rapporti conflittuali con i patrigni, dunque la lotta del grunge era auto-inferta, contro i nostri fantasmi. Nel libro descrivo feste che finivano con noi che distruggevamo le case, dove poi si rimaneva per pitturare le pareti. Dal punto di vista psicanalitico distruggere una casa cos’è se non distruggere un simbolo familiare?

È la musica in generale ad avere un potere particolare?
Nel libro parlo dei primi tre album dei Pearl Jam, Ten, Vs. e Vitalogy. Non è che semplicemente mi piacessero, io ero quei dischi, perché il tipo di immedesimazione era totale. Pur amando l’arte in tutte le sue forme, è un tipo di esperienza artistica che mi è capitata solo in questo caso.

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