Gori: “Sul referendum la Lega sta bluffando, fa solo propaganda”

Interviste

Intervista al sindaco di Bergamo, candidato alla Regione Lombardia: “Sull’autonomia Maroni è stato immobile per cinque anni, avrebbe potuto aprire una trattativa con il governo”

Ieri si è svolto il referendum in Catalogna al termine di un lungo braccio di ferro tra Madrid e Barcellona. Sindaco Gori, una sua valutazione?
Sono stati fatti molti errori da tutte le parti, forse più dal governo centrale che non ha avuto alcuna capacità di gestire le istanze autonomiste della Catalonga. Quando il tribunale costituzionale bocciò lo Statuto dell’autonomia che il Parlamento catalano aveva votato a maggioranza, il governo spagnolo avrebbe dovuto aprire un processo di riforma della Costituzione in senso federalista perché oggi parliamo della Catalogna, ma ci sono i Paesi Baschi e la Galizia, e io credo che quell’assetto di autonomie che la Spagna si è data dal 1978 vada riletto oggi in senso più marcatamente federalista. Nel momento in cui la casa comune diventa sempre più l’Europa, gli Stati nazionali tendono a essere messi in discussione anche dal basso. Si rafforza un sentimento di radicamento alle proprie culture e non soltanto in Spagna. Penso che lo strumento per assecondare queste spinte e mantenere tutto in una cornice di unità sia una linea di federalismo moderno, cosa che Rajoy non ha minimamente cercato di coltivare.

La Lega ha dichiarato che il referendum in Catalogna è una cosa diversa dalla consultazione che si terrà in Lombardia il 22 ottobre. Secondo lei?
È certamente così se guardiamo il contenuto del quesito referendario che parla di una cosa completamente diversa, cioè fa riferimento a una previsione costituzionale, peraltro introdotta dal centrosinistra nel 2001 e che prevede una trattativa tra le Regioni che hanno il bilancio in ordine e lo Stato per poter trasferire competenze e risorse per gestirle dallo Stato alle Regioni. Dopodiché la propaganda che la Lega ha montato attorno al referendum ha delle traiettorie che non sono così lontane da quello di cui si dibatte in Spagna. Quando la Lega dice “se passa il referendum, i lombardi potranno trattenere 27 miliardi di euro di tasse che versano allo Stato” sta di fatto parlando di secessione e questo è totalmente diverso da quello che c’è scritto sulla scheda. Infine va detto che questo quesito è stato ammesso dalla Corte costituzionale, ma il Veneto ne aveva presentati altri più direttamente secessionisti che poi sono stati bocciati.

La Lega sta guardando più alle prossime elezioni regionali che non al referendum in sé?
Assolutamente sì. Maroni è stato immobile per cinque anni, ha rinviato via via il referendum e non ha fatto un passo serio per aprire la trattativa con il governo di cui oggi chiede il mandato ai lombardi. Si è tenuto il referendum come meccanismo pre-elettorale giusto a cinque mesi dalla scadenza del suo mandato. È chiaro che questa è la cosa che gli interessa di più.

Comunque il Pd ha deciso di sostenere il referendum. Perché, sindaco?
Sull’oggetto del referendum siamo tutti a favore del sì. Ed è difficile trovare un lombardo che non sia a favore di un percorso per il rafforzamento dell’autonomia regionale. Peraltro nel 2007 c’era Prodi al governo e Formigoni alla Regione e si avviò questo processo perché il governo aveva dato la disponibilità a farlo; si insediò una commissione a Roma presieduta da Linda Lanzillotta. Fu la Lega qualche mese dopo – con il governo Berlusconi – a imporre a Formigoni lo stop perché il Carroccio voleva il federalismo fiscale. L’istanza di trasferimento di 12 competenze era stata votata in Consiglio regionale anche dal Partito democratico che è assolutamente favorevole a questo tipo di prospettiva. Il Pd però ha fortemente contestato lo strumento che è inutile, pretestuoso e molto costoso, perché ha fatto lievitare i costi fino a 50 milioni di euro. Pertanto il Pd alla fine ha deciso di lasciare libertà di voto, quindi non ha una posizione favorevole. Chi ha preso una posizione più esplicitamente per il sì sono stati i sindaci dei capoluoghi lombardi e i presidenti delle Province del centrosinistra, tra cui me, proprio perché non volevamo lasciare dubbi sul fatto che la nostra posizione sia per l’autonomia costituzionale e perché da questa posizione abbiamo più credibilità nel mettere in luce tutti i limiti e anche le falsità della propaganda leghista.

Non c’è il rischio che questo discorso non venga capito?
Non credo. Ho letto l’intervista di Valerio Onida oggi sul Corriere della Sera e dice esattamente quello che diciamo noi: sì all’autonomia e no alle frottole che gli hanno montato sopra. Ma questa non è una ragione per non andare a votare. Credo che vada anche svelato il bluff. È chiaramente un bluff elettorale, dicendo sì è come se dicessimo “veniamo a vedere”. La Lega su questo tema è stata cinque anni con le mani in mano; se saremo noi a vincere, questa cosa la faremo insieme all’Emilia-Romagna ed eventualmente anche al Veneto. Noi abbiamo già costruito un raccordo molto forte con il presidente Bonaccini nell’immaginare un percorso comune delle nostre Regioni per andare al tavolo con il governo e discutere seriamente di quali materie sia logico lasciare la competenza alle Regione. Con Bonaccini abbiamo individuato alcuni temi che ci sembrano prioritari; ovviamente la Lega non ha mai espresso alcuna indicazione puntuale sulle competenze a parte la sicurezza che però sappiamo per certo che non può essere trasferita perché è una competenza del governo.

Lei è il candidato del Pd alle prossime elezioni in Lombardia: quali sono le sue priorità per la Regione?
Stiamo lavorando sul programma che necessariamente sarà condiviso tra tutte le forze che decideranno di fare un percorso comune, però alcune linee guida mi sembrano già chiare. La Regione ha la possibilità di crescere di più di quanto non stia facendo; serve un investimento prioritario sul lavoro e sull’occupazione che nel caso lombardo si alimenta di un patto tra il sistema formativo e il mondo delle imprese. L’altro lato di questa medaglia è una Regione più inclusiva: ci sono dei casi elementi di povertà e marginalità che normalmente non si vedono. La Regione in questi anni ha fatto ben poco dal punto di vista dell’accoglienza e del sostegno. Noi dobbiamo dare uno sguardo prioritario a chi sta in una posizione di fragilità.

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