Benvenuti al The Place, dove ogni desiderio ha un prezzo

Cinema

Se avete amato “Perfetti sconosciuti”, ripartite da lì. Paolo Genovese racconta il suo ultimo film, un viaggio nel lato oscuro della mente

L’uomo, Dio, il libero arbitrio. L’etica, il bene e il male, la pelle dell’inconscio. I dieci comandamenti, Faust, l’asticella della violenza da interno, quotidiana, vibrante nei quartierini dei Social Network. Parla di questo l’ultimo film di Paolo Genovese, The Place, presentato in anteprima al Festival del Cinema di Roma e da giovedì in 500 sale italiane.

Il regista che metti una sera a cena tre coppie più un single e come centrotavola il telefonino (in una riga il plot di Perfetti sconosciuti) non visualizza subito su Whatsapp, non è targato da un perenne “online” e con il sistema di messaggistica più famoso al mondo ha avuto un rapporto di quelli fulminanti: entrato lui, usciti loro. Nel senso che dopo il film, premiato da box office e critica, caso più unico che raro, Whatsapp ha deciso di criptare le chat per evitare il cupio dissolvi dell’istituto del matrimonio, che, diciamolo, ha vissuto tempi migliori.

Alzi la mano chi non ha fatto un esperimento alla Perfetti sconosciuti, volendo aprire quella scatola nera delle nostre vite che è ormai diventato lo smartphone. Non devono essere stati in pochi a giudicare dal numero delle mail e dei messaggi sulla bacheca di Fb ricevuti dal regista romano, classe 1966, nato, cresciuto e pasciuto nel quartiere “africano” della Capitale, liceo classico al Giulio Cesare in corso Trieste, laurea in economia e commercio, un’avviata carriera da pubblicitario da cui ha appreso, come racconta, il dono della sintesi e del sapere incrociare i gusti delle persone. “Dopo quel film ho ricevuto una cosa come cinquecento lettere di coppie che in qualche modo si erano separate. In effetti ho pensato di raccoglierle in un libro, ovviamente in forma anonima”, esordisce Genovese.

Letteracce?
Qualcuna, sì. Molte di ringraziamento: un avvocato divorzista mi ha confessato che Perfetti sconosciuti gli aveva fatto aumentare il lavoro del 15%.

2016: L’annus horribilis delle coppie. Un po’ è colpa sua, lo sa?
Ho voluto rappresentare quanto poco delle persone che ci vivono accanto sappiamo, ma poi ognuno ci ha visto il suo: voglio che le mie commedie facciano riflettere, non solo ridere. Che poi è questo che fanno le commedie ed è ciò che le distingue dai film comici: pensi a Il sorpasso o a La Grande Guerra, si ride o si sorride, e si piange, come è la vita poi.

I segreti salvano la vita?
I telefonini governano la nostra vita, ho pensato di farci un film sopra. Di storie di coppie e tradimenti ce n’è tante, quello che fa la differenza è solo e unicamente l’idea. Mi meravigliava che nessuno avesse pensato prima a un film il cui protagonista fosse il cellulare…

L’idea di The Place qual è?
Il bene e il male, il confine che nessuno giudica. Dieci personaggi e dieci desideri segreti da realizzare a qualunque prezzo. Dieci comandamenti e il dio del libero arbitrio. Un capitale umano accomunato dalla perdita e dalla ricerca: c’è chi ha perso un uomo, chi la vocazione, chi la vista. Chi vuole di più e chi vuole liberarsi di un dolore.

Chi ha peccato scagli la prima pietra.
L’Uomo, interpretato da Valerio Mastandrea, riceve in un bar della periferia romana, il The Place. Lui se ne sta lì, ascolta quello che le persone vogliono, desideri banali o urgenti, e per tutti ha un prezzo da pagare. La domanda è: se tuo figlio avesse un tumore saresti disposto a uccidere una bambina pur di salvarlo? Cosa faremmo se fossimo invisibili? Quali sono i nostri desideri più nascosti e fin dove ci possiamo spingere per realizzarli? Il film è tutto qui.

Quindi siamo passati dal “non conosco la mia metà al non conosco il mio lato nero”.
Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria. Credo che The Place, sia un film che lavora sul lungo periodo, facendo domande profonde, al contrario di Perfetti Sconosciuti che aveva un’interiorizzazione e un’immedesimazione istantanei. Mi piace questa frase detta da Giulia Lazzarini che nel film interpreta un’anziana signora che chiede la guarigione del marito, malato di Alzheimer: c’è qualcosa di terribile nascosto in ogni essere umano, ed è fortunato chi non lo incontra nella vita.

Come dire che il male non si giudica, finché non lo si conosce.
Lo dice Dostojevski, non Genovese: non c’è niente di più facile che criticare il male, molto più difficile è comprenderlo.

L’uomo del bar comprende: chi è?
Uno che crede nei dettagli.

Perché è nei dettagli che si nasconde il diavolo…
Il diavolo è strategia, è persuasione. Ma ognuno di noi potrà vedere in Mastandrea quel qualcuno o quel qualcosa con cui ci confrontiamo: può essere un Dio, la tua coscienza, il tuo passato. Ma alla fine sei tu che decidi, nessuno ti costringe: sei davanti al tuo desiderio.

E qui si staglia il profilo dello psicanalista freudiano che non spiccica parola.
In realtà sono rimasto folgorato da una serie tv canadese, The Booth at the End: ho pensato di fare il contrario di quello che in genere si fa, invece di serializzare il film ho trasportato la storia in un lungometraggio.

Le interessa il gioco della verità?
È il filo rosso che collega i miei ultimi due film: chiuderò la trilogia iniziata con Perfetti Sconosciuti e culminata in The Place con un film sulla rinascita. Si chiamerà Il primo giorno della mia vita, è la storia di quando trovi la forza di ricominciare.

Lei ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Tribeca Film Festival, se le chiedessi quanto conta saper scrivere per fare dei buoni film?
Le risponderei con una frase di Billy Wilder. Per fare un grande film servono solo tre cose: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura. Dai fratelli Lumière ad oggi tutto è stato raccontato, ogni storia, ogni dramma e commedia è stata rappresentata: quello che fa la differenza sono solo le idee narrative.

Il diavolo è nei dettagli.
Vero, ma io sono buono.

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