“La partecipazione salverà le nostre città”. Intervista a Stefano Bonaga

Interviste

“Occorre ricreare processi di contro fiducia, riconoscere e promuovere potenza sociale”

Stefano Bonaga è uno che dice cose così: “Amo Gadda quando dice che la parolina io è un parassita della vita” e quanto a me, i-o è il raglio dell’asino”, e anche così “da 25 anni ho sempre le stesse fissazioni politiche, ormai sono patetico”. Però a sentirlo parlare a ruota libera nella sua terrazza bolognese con vista sulle due torri, il filosofo, che non ama essere chiamato tale, che fuma una sigaretta dopo l’altra e poi si gira verso le piante secche e ti dice “il pollice verde proprio mi manca vero?” sembra proprio non aver perso né la voglia di fare né tantomeno quella di pensare. Una delle sue fissazioni è la teoria che sta alla base di una sua intuizione originaria, la rete Iperbole, la prima rete civica gratuita al mondo nata a Bologna, quando Bonaga era assessore all’innovazione della giunta Vitali. E’ un esempio, a sentire il prof di antropologia filosofica, a cui può ricongiungersi una visione moderna dei compiti della politica o per meglio dire dei suoi corpi intermedi. Cioè un nuovo senso della partecipazione come partem capere, ovvero prendere una parte di mondo e trasformarla.

Cosa intende con questo?
Occorre partire dalla consapevolezza della impotenza del sistema politico quale noi lo conosciamo, in un tempo in cui la società complessa e funzionalmente differenziata, non più quindi stratificata, produce il fallimento della pretesa di rappresentanza dei partiti, poiché gli interessi non sono più coerenti nemmeno all’interno delle stesse classi o ceti. Non è possibile nello steso tempo che i cittadini a cui vengono richieste due prestazioni minime e in gran parte non ottemperate, votare e pagare le tasse, siano legittimati, dal sistema politico e dai media a pretendere giustizia e benessere con il semplice gesto della delega, una crocetta su una scheda ogni cinque anni.

Cosa bisogna invece far capire ai cittadini?
Riprendo la stessa configurazione ideale del comunismo: “a ciascuno secondo i propri bisogni, da ciascuno secondo le proprie possibilità”. Quando parliamo di possibilità intendo non solo economiche ma anche di intelligenza, di tempo libero, di iniziativa, di autonomia e autorganizzazione. Le democrazie occidentali hanno cercato di rispondere alla prima esigenza, ma hanno abbandonato le risorse indicate dalla seconda parte di quella frase per portare a buon fine il compito: riconoscere, promuovere, diffondere in forma cooperativa (in grado di affrontare anche il conflitto) la potenza del sociale.

E’ questo un rimedio all’impotenza?
Un teorema della teoria dei sistemi aperti applicato alla società complessa comporta il fatto che per ridurne la complessità ovvero rispondere adeguatamente all’enorme varietà dei bisogni e delle domande dei cittadini occorre complessificare il sistema politico cioè introdurre in esso nuove forze e intelligenza selettiva.

Cosa intende per selettività?
Quando si dice ad esempio che occorre semplificare la burocrazia si dice una sciocchezza, occorre invece complessificarla, ovvero introdurre in un sistema meccanico di algoritmi capacita di scelta intelligente e selettiva…

Ma cos’è per lei la politica?
In ultima istanza senso mi piace dire che nell’arte della politica è inevitabile e giusto che la cornice la disegnino i legislatori, ma che il quadro lo dipingono i pennelli e i colori della potenza sociale. Prendiamo ad esempio le teoria del Nudge ideata dal premio Nobel per l’economia Thaler e applichiamola ad ogni strato della società : se introduciamo i meccanismi premiali della behavioural economy potremmo cominciare a coinvolgere “affettuosamente” i cittadini a comportamenti virtuosi e l’intera società e l’economia ne risentiranno in modo positivo”.

Faccia degli esempi.
Ne faccio due: a Bologna ci sono quasi centomila studenti universitari: basterebbero una decina di premi da cinquemila euro l’uno su progetti di interese sociale per coinvolgere centinaia di studenti e farli sentire politicamente vivi e alleati. Oppure coinvolgere le centinaia di istituti giuridici delle università del paese a una revisione razionale della contradditorietà e pletoricità dei nostri codici, producendo così a costo zero una cooperazione esemplare di un corpo intermedio fondamentale come l’Università e un testo di base formidabile per le azioni del legislatore.

Lei cosa spera?
La speranza non è una virtù della ragione, ma il mio sogno è quello di una democrazia complessa, costituita dalla convivenza dinamica di quattro modelli: : democrazia delegata, diretta, partecipata, e cooperativa. Sono quattro declinazioni esistenti ma senza rafforzare quest’ultima le altre rimangono molto deboli. Parlo alla sinistra : solo così si può tentare di superare l’impotenza che attanaglia i nostri sistemi politici.

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