Le eredità del comunismo? Nazionalismo e Stato autoritario. Intervista a Silvio Pons

Interviste

Colloquio con il Presidente della Fondazione Istituto Gramsci e uno dei principali storici europei del comunismo sovietico
e occidentale

“Il comunismo non ha lasciato alcuna eredità ideale o culturale, neanche in Occidente. Ma nella Cina contemporanea vediamo all’opera il suo lascito principale: la capacità di guidare la modernizzazione per opera dello Stato”.

Con Silvio Pons, Presidente della Fondazione Istituto Gramsci e tra i principali storici europei del comunismo sovietico e occidentale (sua la cura, tra le altre opere, di una monumentale Cambridge History of Communism appena uscita in tre volumi), discutiamo dell’imminente centenario della Rivoluzione bolscevica.

Da quel 7 novembre 1917 a Pietrogrado sarebbe nata una vicenda complessa e drammatica. Oggi quale possiamo dire che stata, nel bene e nel male, l’eredità storica del comunismo?

“Quando è crollato il comunismo sovietico, nel 1989-1991, il senso comune (intellettuale, politico e storico) era che quel collasso non avrebbe lasciato alcuna eredità. François Furet, nel suo fondamentale lavoro “Il passato di un’illusione”, scrisse che se la Rivoluzione francese aveva lasciato un patrimonio istituzionale e culturale ben al di là dei confini francesi, lo stesso non si poteva dire del comunismo. Oggi, al contrario, dobbiamo prendere atto che le cose non stanno così. La tenuta della Cina comunista, comunque la si voglia definire, ci obbliga a vedere una continuità di quei regimi anche nel nuovo secolo. E’ ovvio che la Cina ha abbandonato l’organizzazione economica di tipo socialista e ora rappresenta un’economia capitalistica integrata nell’economia mondiale, ma la sua statualità e la capacità di guidare la modernizzazione attraverso lo Stato proviene direttamente dal comunismo. Nel bene e nel male, è questa la principale eredità del comunismo. Lo si vede anche nella Russia di Putin, dove l’eredità del comunismo sovietico è sotterranea ma non meno forte. Se Putin è il nuovo Zar, come va di moda sostenere adesso, il riferimento del suo autoritarismo statuale non è Nicola II ma direttamente Stalin: ovvero un’idea di Stato con una sua precisa fisionomia nazionalistica, in continuità con il comunismo sovietico. D’altra parte, alla capacità di una modernizzazione autoritaria guidata dallo Stato in Cina e parzialmente in Russia corrisponde l’assenza di qualsivoglia lascito culturale. Oggi non esiste in alcuna componente della sinistra mondiale una specifica eredità ideale di derivazione comunista: l’aspirazione all’eguaglianza e all’emancipazione era già patrimonio del movimento socialista, e non si può certo definire un prodotto del comunismo.

Ma si può invece parlare di una eredità specifica del comunismo occidentale?

“Quanto è accaduto dopo la fine della guerra fredda dimostra che il comunismo occidentale non ha mai rappresentato un soggetto significativo, incisivo e identificabile come tale. Vale semmai la pena riflettere solo e soltanto sull’Italia, unico paese dove il comunismo europeo ha lasciato un’impronta nazionale. Qui il postcomunismo ha costituito un protagonista della seconda repubblica, con tutti i suoi limiti, e una risorsa della democrazia italiana soprattutto se guardiamo alla difesa delle istituzioni repubblicane e ai valori dell’integrazione europea e sovranazionale. Ma non è caso che tale eredità non si sia tradotta tanto nella capacità di dar vita a veri e propri soggetti politici ma piuttosto nell’opera e nella testimonianza di alcune personalità, la principale tra le quali mi pare essere quella di Giorgio Napolitano.

Eric Hobsbawm sosteneva che se il comunismo non aveva raggiunto i propri obiettivi, aveva certamente costretto il capitalismo ad innovarsi

E’ un’affermazione che ha certamente un fondamento, nel senso che nel corso del Novecento alla paura verso il comunismo ha fatto seguito una competizione che ha creato un’interazione tra capitalismo e capitalismo. Così com’è indiscutibile che dopo l’esperienza della Grande Depressione il capitalismo si sia riformato anche sotto l’influenza diretta del comunismo. D’altra parte se guardiamo alla seconda metà del Novecento, e dunque alla fase della più poderosa e pervasiva riforma del capitalismo, vediamo che le forze che costruirono i sistemi di welfare state erano proprio quelle socialdemocrazie che il comunismo aveva combattuto con la maggiore violenza. E qui emerge tutto il limite del comunismo sulla media e lunga distanza.

La Rivoluzione d’Ottobre vide l’irruzione sulla scena della storia di masse che prima ne erano rimaste ai margini. Ne possiamo ancora ricavare qualche suggestione per il nostro presente, segnato da una discussione sul ruolo dei “soggetti invisibili” nell’affermazione dei populismi?

“Il comunismo nel secolo scorso ha risposto all’urgenza di una politica di massa, realizzando una socializzazione autoritaria sotto le promesse di avanzamento sociale e di emancipazione. Oggi, rispetto al Novecento, la differenza principale è che la dimensione dell’individualismo prevale e toglie spazio a rappresentazioni coercitive dell’emancipazione collettiva. In questa nuova dimensione della politica di massa, dove l’unico elemento di integrazione è la società dei consumi, non vediamo risposte altrettanto efficaci nella capacità di integrare con la forza masse anonime ed escluse. Non ci riescono nemmeno la Russia di Putin o la Cina di Xi, concentrate sulla modernizzazione piuttosto che sulla socializzazione.

Proviamo, in conclusione, a cimentarci con la storia alternativa. Senza il colpo di mano bolscevico del 7 novembre 1917 la Russia avrebbe potuto avere un’altra evoluzione economica e politica?

“Risponderei citando Max Weber, che nell’aprile 1917 (e dunque molto prima dell’Ottobre) scrisse che la Russia sembrava orientata ad una qualche forma di autoritarismo tradizionale o socialista. Retrospettivamente è difficile immaginare una strada diversa per la Russia del 1917-1918, perché al suo interno vi erano certamente aree molto avanzate sul piano industriale o culturale ma la radicale permanenza di due società contrapposte spingeva di per sé per una conflagrazione dagli esiti autoritari. D’altra parte la storia alternativa si potrebbe applicare anche al 1989-1991: se il sistema sovietico non fosse crollato e se avessero prevalse scelte diverse, da parte di una componente dell’élite comunista più consapevole delle fragilità dell’Unione sovietica (penso ad esempio a Jurij Andropov), la Russia comunista avrebbe potuto incamminarsi sul percorso poi seguito dalla Cina. Ma questa è tutta un’altra storia”.

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