Imprese culturali e creative, l’Italia scopre il suo tesoro

Interviste

Intervista a Irene Manzi, relatrice del provvedimento alla Camera: “La legge prende atto di una realtà articolata che ha voglia di essere riconosciuta”

Il 2018 sarà l’anno europeo del Patrimonio culturale. Un anno cucito su misura per l’Italia, dunque, che ha la massima densità di siti Unesco del mondo. Eppure, nonostante Italia e cultura sia un binomio consolidato, solo ora, e proprio in coincidenza con l’anno europeo, sta arrivando in porto una legge che, finalmente, riconosce ruolo e finalità alle imprese culturali. Approvato alla Camera, il provvedimento è ora all’esame del Senato: è una legge molto attesa, perché per la prima volta si riconosce che esiste un mondo composto dai soggetti più vari, dalle associazioni di promozione sociale alle fondazioni, dai circoli letterari ai creatori di videogiochi, che organizza, promuove, crea e genera economia. Insomma, con la cultura si può mangiare, eccome. Ne abbiamo parlato con la deputata Pd Irene Manzi, relatrice del provvedimento alla Camera.

Onorevole, non trova sorprendente che proprio nel nostro Paese mancasse una legge che desse dignità, anche legislativa, a chi si occupa di cultura come motore economico?
Sì, sorprendente ed emblematico: abbiamo trascurato ciò che davvero sappiamo fare, e bene. L’Italia è il paese con un primato indiscusso dal punto di vista culturale, storico ed artistico, ma è anche quello che ha bisogno di dotarsi degli strumenti per far sì che questa identità culturale, forte e diffusa, divenga un volano forte per la crescita e lo sviluppo.

Il provvedimento prevedeva incentivi, poi eliminati. Cambierà qualcosa in futuro?
Proprio in questi giorni stiamo lavorando alla Camera per inserire le imprese culturali all’interno della legge di bilancio. La commissione Cultura ha approvato un emendamento in questo senso e faremo la nostra battaglia in commissione Bilancio.

La legge raccoglie pareri positivi, pressoché unanimi. È come se da parte degli operatori della cultura si dicesse: “qualcuno si è accorto di noi”.
La legge non crea le imprese culturali, ma prende atto di una realtà articolata che ha voglia di essere riconosciuta, perché l’aspetto di sfida che accomuna i tanti operatori che abbiamo conosciuto, è questo: noi ci siamo. In quel “noi ci siamo” c’è una richiesta di riconoscimento che, al tempo stesso, porta anche a una presa di coscienza di quello che si è, del ruolo che si ha, dell’interesse pubblico che si promuove.

Il futuro albo delle imprese culturali presso il Mibact va in questo senso?
Sì, rafforza l’identità delle imprese e consente alle istituzioni pubbliche di prendere coscienza di quello che si muove nel territorio nazionale. Avvia, insomma, un percorso stabile di confronto fra le amministrazioni pubbliche, fra i vari ministeri e chi fa parte di quell’albo.

È un mondo magmatico, quello delle imprese culturali. Non deve essere stato facile arrivare a una definizione…
Lavorare alla definizione normativa è stato molto complesso, sfidante, credo, però, che alla fine siamo riusciti a centrare l’obbiettivo, ad essere larghi, a comprendere tante forme giuridiche differenti, e siamo stati perfino pedanti nel descriverle, proprio per non voler escludere nessuno.

L’eccezionalità, e anche la sfida, di questa definizione è, innanzi tutto, definire “impresa” anche chi non ha la forma societaria dell’impresa.
L’obiettivo di partenza era che nessun soggetto fosse lasciato fuori da questo processo, quindi quella definizione ampia e puntigliosa la rivendichiamo con orgoglio. Dopo di che, una volta che sarà riconosciuto, questo settore potrà anche crescere verso forme imprenditoriali più marcate e adottare forme societarie a tutti gli effetti. 

Un aspetto non marginale, citato anche dall’Ue è il fattore digitale.
È già oggi un importante strumento per potenziare la diffusione e la crescita dei contenuti. Tantissime realtà fanno dell’innovazione tecnologica uno dei tratti caratterizzanti, anche attività tradizionali come il museo o il bene culturale possono trovare nelle nuove tecnologie un formidabile alleato. Se penso al digitale, penso però anche a settori che non rientrano nei convenzionali canoni della cultura, come i videogiochi, inseriti nella legge anche se c’era più di un pregiudizio. Sono straordinari strumenti di divulgazione di qualsiasi contenuto, anche e soprattutto nel rapporto con le generazioni più giovani.

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