Quando il male va di moda in tv. Parla Carmine Castoro

Libri

Il filosofo della comunicazione nel suo libro “Il Sangue e lo Schermo. Lo Spettacolo dei delitti e del terrore. Da Barbara D’Urso all’ISIS” parla del tema delicatissimo della pornografia del dolore in tv

“Tutte le sfumature del Male si affacciano ormai dal piccolo schermo e dal Web. Un vero e proprio immaginario
onnipresente nei palinsesti tv a tutte le ore disegna una sintassi della minaccia imminente, dell’ombra che si
allunga, del marcio delle anime, facendone un business cospicuo e tentacolare. Del “qualcosa che non va” sempre
dietro l’angolo abbiamo fatto il perpendicolo delle nostre coscienze, la tele-sonda interiore, il riverbero
costantemente nerofumo delle nostre esistenze”. Parola di Carmine Castoro, giornalista professionista e filosofo della
comunicazione che al tema delicatissimo della pornografia del dolore in tv e sul web ha dedicato quest’ultima fatica
saggistica Il Sangue e lo Schermo. Lo Spettacolo dei delitti e del terrore. Da Barbara D’Urso all’ISIS (Mimesis,
pagg.258, euro 22).

Castoro è professore incaricato di: Semiotics and Visual Communication alla Link Campus University di Roma; Sociologia criminale e della devianza alla Fondazione Ludes Higher Education Institution di Malta; Filosofia del crimine e Media Intelligence all’università di Foggia. Fra le sue ultime opere: “Filosofia dell’Osceno televisivo. Pratiche dell’odio contro la tv del nulla” (2013). “Clinica della tv. I dieci virus del Tele-Capitalismo” (2015). L’ultimo libro sarà presentato ufficialmente a Roma oggi alle 18.30 presso l’associazione Casa d’Inchiostro in piazza del
Fante 10.

Professore allora, la sua ricerca parte da elementi forti che non sempre vediamo in connessione.
“Barbara D’Urso e la “tv del dolore”, e l’ISIS esportatore di terrorismo, sono polarità lontane, certo, ma anche nodi di una stessa rete che ci spinge a vivere un’idea di Male sempre de-simbolizzata, de-storicizzata, in un apparato
mediatico dove contano più le messinscene macabre, le drammaturgie scontate, le indignazioni da salotto e i
sentimentalismi precotti, che non la filiera delle cause di un problema, la loro politicizzazione, la nostra responsabilità”.

Cosa è la paura oggi nei tanti format che la propongono quotidianamente?
“La paura è diventata un aggregatore di effetti, un pacemaker, uno dei tanti pneumotoraci che ci aiutano a
inspirare, che ci fanno sentire vivi, e che fanno nelle nostre coscienze un baccano tintinnante di quattrini. Un
diagramma che sancisce locomozione e rimozione. Ovvero, l’emozione deve viaggiare alla più alta velocità, costituirsi e sbriciolarsi, non volteggiare dolcemente come un deltaplano, ma sfrecciare come un TGV, e per di più non
esacerbare più di tanto, emergere e poi rinsaccarsi per far posto a nuove cuspidi, non indurre sogni di revanche e di
rifondazione dell’esistente ma fare dell’ablazione, della sterilizzazione del negativo il proprio source code, un
balloon estetico, buttandola sul telethoniano, sull’occhio lucido a distanza, sul rimanere attoniti. Il Male diventa,
allora, un circuito parallelo, di modalità, di temporalità, di condizioni d’uso rispetto alla realtà: due linee che
procedono all’infinito e che non si incontrano mai”.

Insomma, un vero e proprio rischio per le nostre coscienze e per il nostro modo di leggere le contraddizioni del presente.
“Già il Report quali-quantitativo dell’Osservatorio di Pavia sulla Tv del Dolore nel trimestre 15 settembre-15 dicembre 2014 aveva analizzato trasmissioni di grande impatto popolare come, appunto, Pomeriggio 5, Domenica Live, Quarto Grado, Chi l’ha visto?, La Vita in diretta, Storie vere, Uno Mattina, Mattino 5 ma anche Le Iene, Ballarò,
Matrix, Di Martedì, Report, finanche Protestantesimo e tante altre, scoprendo ad esempio che in 3 mesi circa 300
ore di televisione sono state dedicate a omicidi e scomparsi (tipologie cui viene dedicato il 79% di tutti i dati setacciati); che proprio Rai 1 e Canale 5, con Storie vere e La Vita in diretta, il primo, e con Mattino 5 e Pomeriggio 5, il secondo, sono i canali che dedicano il 70% del loro tempo a questi temi; che i familiari e i conoscenti di vittime e rei surclassano giornalisti, esperti e forze dell’ordine come presenza parlante in questi format – e dunque con quali esiti di conoscenza reale di un evento luttuoso?; che a temi con più valenza sociale e antropologica e meno
effetto scenico come suicidi, povertà, disagio economico e incidenti vengono concessi poveri scampoli; che proprio i
programmi della D’Urso, ma non solo, sono sempre nella fascia di un ipotetico termometro, quella “rossa”, dove cioè
si fa più largo uso di tecniche che virano verso contenuti emozionali, irrazionali, sentimentali, patemici, e meno
freddi e circoscritti, dunque anche meno ponderati e veridici. E che un po’ tutti questi format, pur non ricadendo
in violazioni esplicite di norme, fanno largo uso, però, di quelle “aree di criticità” che sono proprio la confusione fra
realtà e finzione, la spettacolarizzazione del dolore, il suo uso strumentale, il processo mediatico, la retorica nel
presentare un fatto, la resa filmica e scenografica applicata a un episodio grave e serio, il finto intento pedagogico, la
costruzione a tavolino della full immersion dello spettatore”.

Siamo pieni di ansie, tremori e apprensioni tele-indotti…
“E’ l’altra faccia della tv del dolore e del terrorismo di tipo politico, ovvero il regime delle paure che ci costringe a
sentirci sempre incompleti, inadempienti, renitenti e dunque “anomali” rispetto alla saponosa fluidità del Potere
che ci vuole solo consumatori, tele-utenti, cittadini distratti e apolitici, individui chiusi nelle proprie ecosfere dove
bisogni plastificati, tecnologie interattive e stupidità televisive ci imbozzolano e castrano ogni giorno di più”.

Soluzioni e cure?
“Un odio culturale verso tutti quei conduttori, intrattenitori, giornalisti intruppati e imbonitori che dicono di fare il
nostro bene, di “informarci”, di fare tutto “col cuore” e per noi, e che non fanno altro che portare nuova linfa a quel
laboratorio globale delle messinscene che ha trasformato i nostri cervelli in stagni di dati inconcludenti, insignificanti e ignobili”.

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