“Nell’Ue di oggi non si tutelano i risparmiatori”, intervista a Roberto Sommella

Interviste

Il fondatore de Lanuovaeuropa.it suggerisce cosa è necessario fare per tutelare il risparmio

Roberto Sommella, lei ha spesso scritto, anche nei suoi libri, Euxit e Sboom, che la crisi bancaria in Italia viene da lontano. Perché?
Perché, al netto delle inchieste della magistratura sui casi di mala gestione, trovo che il nostro sistema del credito si sia trovato in questi ultimi anni in una tempesta perfetta.

Quale?
Da una parte, la doppia recessione, che ha messo in ginocchio migliaia di aziende e molte banche di piccola taglia, che non hanno ricevuto indietro i prestiti loro concessi e che per questo hanno emesso troppe obbligazioni rischiose per rimpinguare il capitale, trasformando così un problema singolo in uno collettivo; dall’altra, il recepimento di normative europee che in alcuni casi cozzavano con il dettato costituzionale e si sono inserite in un contesto normativo che ha reso complesso quello dovrebbe essere un principio sancito dalla Costituzione: la tutela del risparmio.

In molti sostengono, anche dopo la chiusura dei lavori della Commissione d’Inchiesta parlamentare, che ci siano responsabilità della Consob e della Banca d’Italia.
Questo lo deve valutare solo la Commissione, ma personalmente credo non sia questo il problema. Il problema di fondo, sembra paradossale dirlo ma è così, è che servirebbe stabilire una volta per tutte chi tutela il risparmio in Italia, ai sensi dell’articolo 47 della Costituzione. Le istituzioni, governo compreso, fanno moltissime cose ma nei vari ordinamenti e nei loro statuti questo principio basilare manca. Poi ci si mette anche l’Europa.

Cosa fa di sbagliato l’Europa?
I problemi emersi nella vicenda delle sette banche in difficoltà, da Etruria alle due banche venete passando per Mps, sono insorte quasi tutte prima della crisi dei debiti sovrani, che di fatto ha prodotto una successiva enorme mole di nuove normative comunitarie, che devono armonizzarsi ancora con il quadro giuridico nazionale. E quando ancora non erano a regime ben tre autorità europee che compongono invece oggi il Meccanismo unificato di vigilanza finanziaria (Eba, Esma, Eiopa, rispettivamente i controllori delle banche, dei mercati finanziari e delle assicurazioni), il Meccanismo unico di vigilanza bancaria, braccio armato della Bce, ma collegato a tutte le banche centrali, il Fondo salva banche, destinato a diventare salva Stati. Insomma una miriade di soggetti, tutt’altro che unici, che però oggi funzionano. La sensazione è che legislazione nazionale e europea non si siano parlate e che la seconda, che alla fine è preminente, abbia alla fine ignorato l’articolo 47 della Costituzione.

Dove si è sviluppato il corto circuito?
Nell’Unione Europea oggi si tutelano le istituzioni finanziarie, il mercato, i consumatori, ma non chi investe e presta soldi alle prime anche nella più piccola provincia italiana. Perché non esiste anche un Meccanismo unico europeo di vigilanza del risparmio? Noi italiani dovremmo essere i primi a pretenderlo visto che abbiano 4.000 miliardi di ricchezza finanziaria privata da tutelare e una Costituzione che ce lo prescrive. Attualmente in Europa è invece in vigore una normativa che il risparmio più che garantirlo lo coinvolge: nelle crisi bancarie.

Allude al bail in?
Sì. Nella tormentata vicenda dei salvataggi bancari, che hanno dovuto in alcuni casi essere effettuati con il contributo dei creditori e degli azionisti delle banche in difficoltà, per effetto appunto della famigerata legge europea sul bail in, poi trasposta anche nella normativa italiana, Bruxelles, nell’imporre la direttiva sulle risoluzioni bancarie (BRRD), non ha tenuto in debito conto quanto prevede il dettato costituzionale quando stabilisce che, appunto, la Repubblica Italiana “tutela il risparmio in tutte le sue forme”, investimenti compresi e dunque azioni, bond più o meno strutturati e soprattutto, acquistati in qualsiasi momento. In questo senso, ha avuto ragione il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, quando di fronte al Parlamento ha ricordato come Via Nazionale abbia più volte sottolineato presso le istituzioni comunitarie che una legge del genere, per di più retroattiva, non collimava con la Carta suprema.

Soluzioni?
Non so come saranno le risoluzioni della Commissione d’Inchiesta ma credo che, oltre a valutare l’operato del governo Renzi e del sottosegretario Boschi, questo Parlamento debba concludere il lavoro allargando lo sguardo oltre Roma e pensando subito al futuro. Bisogna quindi impedire una normativa europea che costringa le banche a ridurre le proprie esposizioni in titoli di Stato, aumentandone i coefficienti di rischio, che avrebbe effetti devastanti sul debito pubblico italiano e spingere per una tutela centrale dei depositi solo dopo aver ottenuto l’istituzione di un ministro unico del Tesoro che possa emettere debito comune europeo. Qualsiasi altra strada renderà invece più gracile la nostra economia e il nostro sistema del credito, che sono fortemente dipendenti l’uno dall’altro, e più forte qualcun altro, Germania in primis.

 

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