Lavorare meno, è possibile fare come in Germania? Parla Marco Bentivogli

Interviste

E’ stato definito un accordo-pilota destinato a fare storia. E’ quello raggiunto dal potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi nel Baden-Wuerttenberg. Nella regione di Daimler e Porsche a 900mila lavoratori è stato riconosciuto un aumento in busta paga del 4,3%, ma soprattutto il diritto ad accorciare la settimana lavorativa a 28 ore, per un periodo massimo di […]

E’ stato definito un accordo-pilota destinato a fare storia. E’ quello raggiunto dal potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi nel Baden-Wuerttenberg. Nella regione di Daimler e Porsche a 900mila lavoratori è stato riconosciuto un aumento in busta paga del 4,3%, ma soprattutto il diritto ad accorciare la settimana lavorativa a 28 ore, per un periodo massimo di due anni. E la settimana accorciata potrà essere chiesta più di una volta, durante la carriera lavorativa. Per contro, le aziende potranno aumentare la quota di dipendenti che vogliono allungare la settimana di lavoro a 40 ore. Ne abbiamo parlato con Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl.

Bentivogli, questa modulazione dell’orario di lavoro si potrebbe sperimentare anche in Italia, forse nelle aziende maggiormente tecnologizzate? Il sindacato sarebbe pronto a costruire una iniziativa su questo terreno?

La tecnologia può essere uno dei più grandi alleati per centrare le battaglie che il sindacato non ha portato a casa nel ‘900. La riduzione generalizzata degli orari non ha mai funzionato neanche in Germania, dove l’orario in alcuni lander dell’est è superiore alle 40 ore. La maggiore produttività delle fabbriche moderne. E le nuove tecnologie abilitanti di Industry 4.0 consentono che lo svolgimento del lavoro avvenga con luoghi e tempi di lavoro meno rigidi e vincolanti. In Italia si può e si deve, se si sceglie la via alta della sfida di produttività, quella che come in Germania, riduce a 22 ore per 24 mesi nei casi di cura di anziani e bambini. Perché un lavoro che si concilia bene con la propria vita fa guadagnare produttività. L’imprenditore che vede solo i pezzi prodotti nell’ora, non solo non lo capirà ma se non cambia cultura dovrà cambiare mestiere. La Gesamtmetall (la Federmeccanica della Confindustria tedesca) lo ha capito. Ma i nostri?

Dunque, bravi i sindacati tedeschi.

Questo accordo è la lezione di un sindacato che alza il tiro se le condizioni lo consentono: la produttività non era stata redistribuita degnamente nei salari e hanno fatto richieste alte ma è lo stesso sindacato che firmò nel 2013 un contratto a zero euro. Infine va precisato che questo è un contratto di land: il Baden Wuerttenberg (il più ricco della Germania) che verrà esteso negli altri ma che sarà applicato comunque sul 35% delle imprese e non erga omnes come avviene in Italia.

Nella mega-proposta che lei ha avanzato insieme a Carlo Calenda si parla a lungo della necessità di riformare i processi produttivi, esaltando il ruolo della contrattazione aziendale. Forse in questo quadro c’è spazio anche per un ragionamento sugli orari.

Siamo alla vigilia della quarta rivoluzione industriale, si va verso produzioni sartoriali, per piccoli lotti, serve una contrattazione in prossimità, dentro l’azienda, e pertanto il livello nazionale sarà utile solo come cornice di garanzia. In azienda bisognerà continuare il lavoro che abbiamo iniziato anni fa di contrattare orari che concilino l’utilizzo degli impianti (flessibilità passiva) con le esigenze di vita delle persone (flessibilità attiva). Ci stiamo lavorando molto come Fim Cisl. Per questo diamo molta importanza alla contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale), uno degli elementi portanti del recente rinnovo del contratto nazionale, insieme al diritto soggettivo alla formazione. Perché solo avvicinando la contrattazione alle imprese e al territorio è possibile intercettare le esigenze di lavoratori e imprese. Del resto il nostro slogan e il simbolo della Fim è una margherita che perde un petalo verso le 35 ore, con lo slogan, lavorare meno, vivere meglio.

Bentivogli, secondo lei gli industriali italiani hanno la cultura e la capacità di immaginare un nuovo quadro del come si può produrre?

Viviamo gli effetti di troppi cambi generazionali alla guida delle imprese ma non sempre il ricambio assicura la stessa qualità E credo che il ruolo educativo e formativo che come Fim cerchiamo di esercitare con i lavoratori, lo debba svolgere anche Confindustria con le imprese al di là della convegnistica. Bisogna insieme riscrivere un nuovo pensiero di una cultura del lavoro deideologizzata e post-novecentesca. Se ognuno pensa a vecchi schemi, deve essere consapevole che sono utili per la propria temporanea sopravvivenza. Ma non educano ne accompagnano al secondo balzo in avanti della storia a cui stiamo andando incontro con la prossima rivoluzione industriale. Dalla Germania forse, dovremmo prendere ad esmpio anche la capacità di fare le cose tutti insieme.

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