#SocialMente pericolosa ci pone di fronte alle patologie del web

Interviste

Lo spettacolo teatrale scritto e diretto da Francesca Berger ha come protagonista Salomè da Silva che ci dice: ” Credere che usando i social si migliori la comunicazione è un concetto sbagliato”

Ogni giorno l’italiano medio fa un’istantanea agli spaghetti con le cozze o allo spritz che un solerte cameriere gli ha appena servito e la posta su Facebook prima ancora di dare una forchettata o una sana bevuta, scarica app sempre più stravaganti, si seppellisce di selfie come l’ultimo dei sopravvissuti al day after o il primo dei divi hollywoodiani, si fa frullare vivo dalla pubblicità, sa tutto degli iphone in offerta su Ebay, va in giro ad acchiappare Pokemon
inesistenti fra capocciate a un lampione e le bestemmie dell’automobilista davanti, chatta con amanti che hanno inserito una gallery finta in un account finto per apparire belli veri, e soprattutto, come conseguenza di tutto ciò, sembra aver del tutto dimenticato come si sfoglia un libro, come si vive di studio per farsi una carriera, come si recitano i testi sacri della drammaturgia, come si riflette criticamente su una tematica sociale appena accarezzata dall’ennesimo servizio ansiogeno del tg della sera.

L’uomo del terzo millennio si scopre bulimico di dati, in perenne fibrillazione, con il tempo “libero” più occupato che ci sia, iperconnesso e annoiato, blasé fin nelle midolla, infaticabilmente tele-trasportato da talk e reality, nostalgico se non ignaro di tutto quanto un tempo era durevole e affidabile, tramandabile e degno di apprendimento, solido e solidale, scespiriano e non barbaradursiano…

Come simpatico esorcismo a questa catastrofe delle relazioni e delle percezioni, basta andare a vedere #SocialMente pericolosa, in scena fino a domani al teatro Petrolini di via Rubattino, a Roma, nel cuore di Testaccio. Lo spettacolo – che è un vero e proprio one-woman show -, prodotto, scritto e diretto da Francesca Berger, è lieve e frizzante, seppur con qualche ridondanza che annoia un po’ nel secondo tempo, e ci mette a confronto con sottili patologie,
manie di protagonismo, finzioni e illusioni che ci trascinano ogni giorno nel Grande Pantano del web.

Sul palco, la giovane figlia della regista, Salomè da Silva, vera rivelazione, tante esperienze artistiche già alle sue spalle: una Fregoli in gonnella, deliziosa e sexy, spigliata e sempre a suo agio nel “multitasking” dei ruoli che
la trasforma in due ore di scena da fashionblogger a donna delle pulizie, da borgatara-fake a cicerona delle delizie e nequizie della Rete, fino a indossare la tonaca di una suora che, nell’acme del suo spirito messianico, desidera solo una cosa: farsi un “selfie da Dio”, ma col Creatore per davvero alle sue spalle… Salomè è comica, brillante, accattivante, appassiona, ma piace anche quando, dietro il velo di battute salaci alcune molto ben scritte, mette
allusivamente in evidenza ciò che sta crollando alle nostre spalle, in termini di cultura, saggezza e lealtà, mentre avanza inesorabile il deserto delle bugie e delle profilazioni internettistiche.

E allora la pièce è una sorta di visita nel museo delle cere di questo mini-mondo fatto di influencer che sono solo portatori di una pandemia di idiozie, di casalinghe disperate che si fidano di chi sui social si spaccia per David Beckham e poi alla fine chiede soldi in prestito, di chi gioca con la propria identità virtuale per spiare, spettegolare,
sbarazzarsi degli altri, o di chi, peggio ancora, vende sex toy per un piacere solitario fra le lenzuola, tanto ormai carezze e sguardi sono solo fosforescenze e comode pulsantiere. Tutte maschere della contemporaneità frustrata fra le quali Salomè ci accompagna con finezza, con un viso pulito, una gradevole silhouette e talento sicuro, lasciandoci nei cuori una sfida all’analfabetismo di ritorno degli schermi e dei cellulari, al populismo mediatico, all’immediatezza dell’immagine che abdica alla riflessione e all’intimità più autentiche.

Salomè, da cosa è nato il tuo interesse per il mondo di internet e dei social, sei mai “scivolata” a causa loro…?

“Questo spettacolo è stato ideato da Francesca Berger, con la quale poi abbiamo scritto il testo a quattro mani. Lei scrive per la Rete dal 2000, ha visto la sua crescita e l’evolversi dei comportamenti; dal canto mio sono figlia degli anni dei cell e dei social”.

Quali sono oggi gli elementi più patologici di questi strumenti in base anche a quello che tu indichi nello spettacolo?

“Non credo che tutti gli elementi siano patologici, ma certo che credere che usando i social si migliori la comunicazione è un concetto sbagliato, infatti le persone si parlano meno e si emozionano meno. Quasi non ci si chiama più né per gli auguri di compleanno né per fare le condoglianze, tutto si riduce a un emoticon o a un R.I.P. La comunicazione e i contenuti peggiorano ogni giorno di più”.

Pensi che l’ironia, il guardare le cose con distacco e leggerezza possano essere di aiuto a tutti i social-dipendenti per liberarsi da questa “schiavitù” o serve altro?

“L’ironia è uno stile di vita secondo me; con la coautrice abbiamo pensato che non si poteva perdere l’occasione per far trapelare una sorta di messaggio sano in un contesto così spassoso”.

Il tuo spettacolo è un po’ una forma di “teatro sociale”. Pensi che oggi lo spettatore medio abbia bisogno più di questo tipo di rappresentazioni e meno di idiozie televisive?

“Penso che non si può gettare la spugna e accettare senza nessuna reazione l’algido nel quale tutta la società rischia di scivolare. Penso che da sempre il teatro sia il luogo più indicato per approfondire gli argomenti, mentre mi sembra che alcuni programmi televisivi puntino a rafforzare dei contenuti beceri. Per questo poi ragazze e ragazzi si convincono, come sui social, che possono costruirsi un futuro anche senza sforzarsi di avere cultura, e che parlare di
chirurgia estetica, usare battute volgari, oppure sbarcare su un “isola” con un attacco isterico vero o falso, riprendere in dettaglio parti del corpo o mercificare la sofferenza fisica portandola allo stremo, sia un modo intelligente di fare televisione. Ci vorrebbe un’inversione di tendenza per cambiare questo stato di cose, rafforzare programmi culturali, e se col teatro o attraverso uno spettacolo social si può, come una goccia nel mare, far riflettere, ben venga”.

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