Massimo Ghini: “Al Pd serve un congresso subito”

Interviste

La sinistra ha sempre vinto e perso da sola, come la Roma che fa due autogol a Barcellona. Abbiamo perso e ora dobbiamo stare all’opposizione, non può farci che bene.

Massimo Ghini è reduce dalla tappa napoletana del remake teatrale dell’”operazione San Gennaro” di Dino Risi ma, ci dice subito, “quella di Napoli è una pagina a parte che mi piacerebbe affrontare in una intervista ad hoc”. E allora parliamo della sua prima passione, la politica, “una malattia” la definisce l’attore, ereditata dal padre partigiano e ancora oggi praticata, sempre rigorosamente a sinistra, dal Pci fino al Pd.

Ghini, cosa è successo il 4 marzo?
Quando ero a Sanremo per presentare con Gabriele Muccino il film “Stanno tutti bene” ho incrociato Gianni Morandi, che appena mi vede mi fa: “Compagno Ghini, alle elezioni ci fanno un c… così”. Ci siamo comportati come due iscritti di una vecchia sezione di Reggio Emilia, il popolo della sinistra è fatto di gente così. La sinistra ha storicamente sempre vinto e perso da sola, come la Roma che va a Barcellona e fa due autogol. In fondo essere un elettore di destra è meraviglioso: si allineano al perbenismo, scelgono un capo e se lo tengono e se le cose non vanno bene è colpa dei comunisti; e poi ci siamo noi che gli diamo una mano, dando spallate ai nostri stessi governi e facendo le comparse negli incontri in streaming. Per gli altri è facile, siamo noi di sinistra che soffriamo, però a un certo punto anche basta. Del resto, cosa c’è di più tragicamente comico dell’ultima scissione?

C’è chi parla di una sinistra percepita come parte della élite. E’ questo che si è pagato?
La politica a sinistra negli ultimi anni è stata solo tatticismo.Quando ci preoccuperemo meno di un sorriso ironico fatto a Capalbio e di più di quello che succede nelle periferie? Lo sberleffo è che oggi Capalbio è leghista. Siamo stati percepiti come una élite perché c’è in giro un provincialismo enorme, quando vedo un nostro politico in tv avverto sempre l’atteggiamento di chi si preoccupa più di chi è dietro le quinte che non di chi guarda. La sinistra si atteggia sempre come fosse a un esame di ammissione di un circolo del tennis…

Vogliamo parlare dei “non vincitori”?
Abbiamo perso contro uno che non sa nemmeno dove si trova e un altro che, guidato da un comico, ha superato il 30%, contro le nostre corazzate di cervelli. Non sono loro che hanno vinto ma la sinistra che ha perso. Gli altri non hanno un progetto, adesso stanno discutendo solo di come liberarsi del “grande vecchio”. Dall’altra parte rischiamo di essere noi l’ago della bilancia e alla fine potrebbero dare la colpa a noi se si andrà a elezioni. E’ come esserci messi un cappio al collo.

Lei alle ultime primarie ha votato Renzi, come giudica la sua parabola fin qui?
L’ho votato anche se non sono mai stato un renziano della prima ora. Poi ho visto che è diventato il totem su cui tirare e questo mi ha dato fastidio. Renzi ha toccato interessi incancreniti e in molti gliel’hanno fatta pagare. Poi ha fatto l’errore di personalizzare troppo, stressando quel difetto di “simpatica antipatia” che a volte non arriva.

Oggi il Pd sta vivendo una crisi di leadership.
Adesso il tema è uno: bisogna andare al congresso prima possibile per eleggere una nuova segreteria e un nuovo segretario. Il lavoro di Renzi va riconosciuto e lui starà nel partito come tutti, e se il prossimo segretario non sarà vincente potrà ripresentarsi, chi lo dice che dimettersi da segretario significa essere finiti? E poi oggi bisogna dire: abbiamo perso e stiamo all’opposizione, una condizione che non può farci che bene.

Come vede il futuro del Pd? Dei nomi che sono circolati per la segreteria chi la convince?
Io credo ancora nel progetto originario, quello della vocazione maggioritaria evocata anche di recente da Veltroni, che unisce forze storiche che devono trovare un percorso comune. Quello che dico oggi è andiamo al congresso, salvando quello che dobbiamo salvare ma anche rottamando quello che del progetto non ha funzionato, uscendo fuori dalla logica delle correnti. Bisognerà fare una proposta nuova, che poi è antica: risolvere i problemi del lavoro e dare al Paese un progetto che lo tenga unito sui valori. Sui nomi non mi sbilancio, ma tra quelli di cui si parla si può scegliere bene tra personalità che possono offrire una sponda intelligente e una giusta idea di proseguimento. Non dobbiamo distruggere, ma cambiare.

Chiudiamo sulla cultura, a che punto siamo in Italia?
E’ un tema che non va declinato, come si è fatto, dando più o meno soldi. In Italia noi artisti siamo tutti figli del Fus, impiegati dello Stato solo vestiti un po’ più freak, perché non esistono produttori che mettono soldi in proprio. Sa ogni anno quanti film finanziati non vengono neanche distribuiti? Il problema è che se non si inizia a ragionare in termini di industria culturale, a fare sistema, continueremo ad avere sempre l’atteggiamento di giocolieri col cappello in mano che aspettano che il ministro di turno conceda qualcosa. Il mondo della produzione italiano ha bisogno di un congresso di rifondazione, non è solo una responsabilità verso un Paese in cui non si legge più, ma la necessità di costruire un progetto culturale complessivo. Nel ’96 fui il primo a battermi per le Film Commission, ma oggi sono diventati luoghi di potere troppo nelle mani delle singole Regioni.

Se la fase che viviamo fosse un film, quale sarebbe?
Via col Vento, perché domani è un altro giorno.

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