“Il Salone di Torino un successo unico in Europa”. Parla De Michelis

Interviste

Intervista all’Amministratore delegato di Marsilio editori: “Tutelare la kermesse del Lingotto, dove i libri diventano emozioni”

Il Salone internazionale del libro di Torino ha chiuso ieri i battenti con il bilancio record di oltre 144mila visitatori, in crescita rispetto all’anno scorso, a cui vanno aggiunti i 25mila visitatori del Salone Off.
Numeri da primato, che hanno significato sale stracolme per i tanti eventi a cui hanno partecipato importanti autori italiani e internazionali, insieme a giornalisti, attori e musicisti, e una ricaduta positiva per le case editrici, grandi e piccole.
Ne parliamo con Luca De Michelis, amministratore delegato di Marsilio editori, tra le case editrici protagoniste al Lingotto.

Qual è la sua opinione sull’edizione di quest’anno del Salone del libro?
Io sono un fan del Salone di Torino e ne penso tutto il bene possibile. E’ stato un anno di grande successo, non solo per i numeri ma per lo spirito, l’energia e l’entusiasmo che vi si sono respirati. Penso che tra le manifestazioni dedicate ai libri, quella di Torino sia di gran lunga quella di maggior successo.

Che impatto hanno kermesse come quelle di Torino sull’editoria, e più in generale sulla cultura?
Tutte le manifestazioni pensate e vissute come delle fiere sono poco utili e poco emozionanti, penso a esempi internazionali. Luoghi in cui gli operatori si incontrano tra di loro sono ormai anacronistici . In un momento in cui le librerie fanno fatica ad attirare pubblico, il Salone è un posto dove la gente paga un biglietto per comprare libri, assistere ad eventi e vivere un’emozione, ed è questa idea dell’emozione a essere straordinaria. Questo è il Salone di Torino, riuscire a coinvolgere un territorio e una città. I risultati economici per gli editori sono uno degli indicatori del fatto che l’evento ha funzionato, ma non è certo quello il motivo principale per cui si va al Salone. Oggi Torino è un caso unico in Europa.

Crede che il Salone di Torino, con l’emozione per i libri di cui parla, possa rappresentare un modello?
Il Salone del libro è il risultato di una storia più che trentennale radicata nel tempo, non credo possa essere così facile replicarla. L’emozione è un concetto complicato, ha a che fare con il prodotto ma anche con il contesto, per questo non so quanto sia semplice riuscire a proporre l’esperienza di Torino come modello.

Si può dire chiusa la polemica dell’anno scorso con Milano?
Credo che quest’anno anche le dichiarazioni di vari editori abbiano sancito che Torino ha vinto. Paradossalmente il conflitto dello scorso anno ha unito le forze intorno a Torino e alla fine è stato un fattore positivo. Si trattava di una contrapposizione anche ideologica, cosa che non amo. Quest’anno non si è ripetuta ma Torino, con i numeri e l’atmosfera entusiasmante, ne è uscita vincitrice sotto tutti i punti di vista.

Occasioni come queste possono essere una risposta alla crisi dell’editoria?
Sono buone occasioni che fanno parlare e che creano un sentimento positivo. La partecipazione del grande pubblico è una delle chiavi per aiutare l’editoria, un’industria che deve sempre di più darsi regole e disciplina. Certo le sfide che ha davanti si risolvono con un nuovo modello di business e non con una kermesse, ma credo che questo tipo di manifestazioni facciano del bene.

Per lei il Salone dovrà rimanere in mano pubblica?
Si tratta di una grande manifestazione da tutelare, e sicuramente la struttura organizzativa ha bisogno di essere supportata. Non mi spingo a dire pubblico o privato, ma da editore mi auguro che l’equilibrio tra pubblico, privato, editori e non editori sia tale da valorizzare il patrimonio che Torino rappresenta per l’editoria.

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