Il segreto dei Sassi

Interviste

Paolo Verri, a capo della Fondazione Matera2019, racconta il progetto che ha fatto della città dei sassi la capitale europea della cultura.

La parabola dei Sassi funziona così: da luogo unico per la “sfiga” è diventato luogo unico per la bellezza. Il salto dal bianco e nero della Gerusalemme biblica di Pasolini al futuro che la destina a Capitale della cultura europea 2019, Matera lo fa proprio grazie a quei “tuguri” da cui le persone erano state sfollate con una serie di decreti speciali dal presidente del Consiglio De Gasperi, agli inizi degli anni Cinquanta. Il segreto è nei sassi: l’unicum del sito attira da sempre idee, teste, progetti.

Ieri sono stati stanziati 400 milioni dal governo Gentiloni che si aggiungono ai 20 milioni che Renzi aveva destinato al rifinanziamento del sito, dichiarato nel 1993 dall’Unesco patrimonio dell’umanità: il primo per il Mezzogiorno. Per rendere il senso della città dove vive con la famiglia il direttore della Fondazione Matera 2019, Paolo Verri – torinese, a 27 anni è il più giovane direttore del Salone del libro-  usa la striscia di un fumetto, poi l’immagine di un poema didascalico latino e infine  le frasi di un grande filosofo, tutto in un miscuglio: ”Matera è quel luogo dove dalla mia finestra sento lo scalciare degli zoccoli del cavallo di Tex Willer, ma è lo stesso posto dove un bambino di sette anni può correre a perdifiato tra i vicoli e dove un signore di mezza età può specchiarsi in una pozzanghera e trovarci il significato del De Rerum Natura di Lucrezio. E’ il luogo dove non c’è stato Michelangelo e non c’è stata una grande tragedia ma dove trovi i sette gradi di cultura di Umberto Eco. Il posto dove mia madre sente la forza della natura leopardiana e mia moglie vede l’opera dell’uomo nello schema dei Sassi”.

Detta così è una poesia. Lei però si definisce uno “spinotto di connessione tra l’hardware e il software del territorio”. Qual è il segreto del successo di Matera2019?

Lo dico in tre parole: responsabilità, collaborazione, fruibilità. E poi lo dico con altre tre: coraggio, frugalità, marginalità. Le tre ragioni per cui il nostro progetto ha vinto sono queste: l’idea dell’abbattimento delle barriere culturali, il livello di partecipazione del territorio e la sostenibilità finanziaria. L’idea di una Fondazione  nasce per dire che il nostro è un percorso da Matera e per il mondo, non in direzione opposta. Le opere realizzate in questi anni saranno portate in giro per l’Europa fino al 2022, perché troppo spesso la nostra produzione artistica soffre di un avvitamento su se stessa. Invece dobbiamo prendere esempio da settori come la moda o il cibo e far conoscere le nostre opere.

Lei ha messo tutti al lavoro a Matera in quella che è la più grande opera immateriale: far sentire i cittadini protagonisti di un progetto culturale.

Dico sempre che da cittadini temporanei bisogna diventare abitanti culturali. Quando sono arrivato a Matera, nel 2011, ho cominciato subito a lavorare sulla costruzione di una community, ho chiesto a ciascuno di dare il proprio apporto. Hanno risposto producendo contenuti, tutti, dai bambini delle scuole elementari con il più grande coderdojo  mai organizzato in Italia,alle istituzioni con Open catasto , fino al mondo culturale con l’iniziativa della direttrice del polo museale della Basilicata di portare le opere di Primo Levi nelle case dei materani: un modo per dire che l’arte è un bene comune e che spesso rinchiusa in un museo ha poche possibilità di dialogo con il pubblico, cui davvero appartiene. Così come appartengono ai cittadini gli spazi verdi, e “Gardentopia” è uno dei progetti di cui vado più fiero: abbiamo affidato gli spazi inutilizzati della città alle persone che, affiancate da esperti, li hanno rivitalizzati rendendoli di volta in volta luoghi utili alla collettività.

E’ un progetto politico il suo.

Penso che dobbiamo ragionare nel perimetro della civitas e non dell’urbs: è il concetto stesso di responsabilità che è politico e oggi non possiamo dare per scontati diritti e doveri delle persone. Cito Kennedy: non dobbiamo chiedere al Paese di fare ma dobbiamo chiederci cosa possiamo fare noi per il Paese.

Le città che hanno gareggiato collaboreranno al progetto Italia 2019. Sembra un annozero della cultura.

E’ un modello nuovo. In un mondo dove il conflitto predomina a ogni livello, la collaborazione e il dialogo divengono vere risorse creative: con Ravenna abbiamo in programma di portare il Purgatorio di Dante a Matera, con Lecce una mostra sul rinascimento italiano riletto con un occhio al sud, al Mediterraneo, da Brindisi a Napoli alla Grecia che cosa è successo davvero tra il 1250 e il 1520? E ancora: con Siena lavoriamo a un progetto sulla cura, con Santa Maria della Scala e con Cagliari a uno sull’artigianato artistico, attraverso l’opera di Maria Lai.

Nessun protagonismo.

Lo dico sempre, siamo tutti parte di una ensemble.

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