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“In esilio” per guardare meglio l’Italia e la sinistra. Parla Simone Lenzi

Come salvarsi se sentiamo che il mondo in cui siamo immersi, tra decadenza e ipocrisie, ci somiglia ogni giorno di meno? La risposta che si è dato lo scrittore e frontman dei Virginiana Miller Simone Lenzi nel suo ultimo romanzo è già nel titolo, “In Esilio”.
Il libro, appena uscito edito da Rizzoli, è il racconto del progressivo e inesorabile avvicinamento a una scelta radicale, dispiegato attraverso frammenti di storia familiare e quadri a tratti impietosi di cosa sia diventata oggi la società, tra l’avanzare del “Movimento dei resti sbagliati” (così Lenzi definisce, senza mai nominarli, i Cinquestelle delle teorie complottiste) e una politica ridotta a mera produzione di capri espiatori.

Al cosiddetto esilio, nel romanzo, arrivi partendo dalla tua storia familiare.
Sì, è un racconto autobiografico,ma si tratta di un romanzo. Oggi si direbbe che è una “autofiction”, il materiale può essere autobiografico ma la prospettiva è sempre letteraria. Il libro nasce dal bisogno di rendere ragione di una spaesatezza, che mi deriva dal fatto di aver attraversato mondi molto diversi e di non essermi mai sentito a casa in nessuno di essi.

Ecco, parliamo di quello della sinistra, allora. Tra mercatini biologici e orti urbani ne fai un ritratto impietoso.
La vera linea di frattura nella società, oggi, è tra chi ha una visione nostalgica, quella del ‘maso chiuso’, diciamo così, dei sovranismi e dei nazionalismi e dell’orticello della nonna, e chi ancora pensa che valga la pena scommettere su una società aperta. Io credo che non si stesse meglio quando si stava peggio: quando si stava peggio si stava peggio e basta. Il tema dell’ecologia, ad esempio, è certamente fondamentale, ma se essere di sinistra significa il vagheggiamento dei grani antichi e delle albicocche primordiali, allora io penso che la sinistra debba essere un’altra cosa. I miei nonni contadini non hanno visto l’ora di smettere di vangare, per dire. Credo che debba esserci un plus di sviluppo scientifico, di ricerca, di fiducia nella capacità dell’uomo di cambiare il proprio destino. L’elemento insopportabile della sinistra è questa nostalgia paralizzante per cose di cui, tra l’altro, non si conosce più il dolore.

Citando la Bibbia parli di quelli del “blog del comico” come di “Legione, perché siamo in tanti”. Sono stati anche loro una spinta all’esilio?
La crisi vera della politica è che mentre le grandi decisioni vengono prese altrove, in Europa o dai grandi colossi multinazionali, ai politici è rimasto questo ruolo di capro espiatorio. Ai politici non chiediamo più di risolvere i problemi, vogliamo solo poterli incolpare per il fatto di averne. Quel che è toccato a Renzi toccherà al prossimo. Il movimento 5 stelle ha cavalcato perfettamente questa spinta a fare della politica un altare sacrificale del capro espiatorio.

Cosa pensi della situazione in cui ci troviamo oggi?
I termini della questione politica sono al limite del delirante. Siamo reduci dalla campagna elettorale più brutta della storia della Repubblica e si pretende di fare dopo quello che si sarebbe dovuto fare prima, e cioè avere un dialogo con gli altri. Tutti i partiti, prima, si sono comportati come se ci fosse il maggioritario. Oggi che senso può avere mettersi a parlare di governo dopo che ci siamo scambiati ogni offesa possibile e immaginabile?
Quello che rimane è la conferma di un’impressione, e cioè che M5S sia nient’altro che una macchina per prendere il potere a tutti i costi: hanno lavorato per prendere voti da tutti i bacini elettorali, cambiando toni e programmi alla bisogna. Ma se poi non arrivi al 51% allora poi ti devi confrontate con la realtà. Ora insomma sta a loro dire con chiarezza in che forno vogliono cuocere il pane, e cominciare a parlare davvero in toni accettabili in una democrazia parlamentare.

Nel libro però parli di un dialogo con tuo cugino, Andrea Orlando, su una possibile ridefinizione della sinistra.
E’ un romanzo, sia chiaro. Non una guida alla Direzione Pd. Ho molta stima di Andrea, da molti punti di vista, e prima di tutto sul piano umano. Ho apprezzato molto il modo in cui si è battuto, da garantista, per riformare la giustizia. Soprattutto la sua attenzione alla condizione carceraria. Anche per questo, rispetto al dialogo con i 5 stelle, sarebbe il caso di chiarirsi bene su cosa significhi essere di sinistra. Per me, giusto per essere chiari, Davigo e Travaglio non sono di sinistra, tutto qui.

Come si vive “In esilio”?
Benissimo. In una dimensione piccola come quella di un paesello “Legione” si sente molto meno. C’è gente ancora animata da un sano egoismo vitale, da pulsioni molto umane e vere, che non vive su Facebook ma si confronta quotidianamente con le cose per cui penso valga la pena vivere.

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