“Gli europei non sono più europeisti, lo dicono le elezioni”. Parla Sommella

Interviste

Intervista al giornalista ed europeista, autore de “L’euro è di tutti”: “L’adozione forzata di certi valori ha provocato il grande rigetto. Ora l’Italia ha l’occasione storica di salvare il paziente”

Roberto Sommella, giornalista ed europeista, autore de L’euro è di tutti e di Euxit, uscita di sicurezza per l’Europa, è tra coloro che da anni sostengono che l’Unione Europea così come concepita necessita di riforme. Ora il rischio è che imploda, visti i risultati elettorali e la mancanza di un’inversione di tendenza.

Sommella, è così? Il sogno europeo è finito?
Visti i risultati elettorali italiani e quelli negli ultimi anni in tutta Europa, sono tentato di rispondere, sì. Abbiamo sbagliato tutto, proprio noi europeisti, le istituzioni, i governi, non siamo stati capaci di trasmettere l’importanza della condivisione degli obiettivi. E il voto del 4 marzo, come tanti altri nell’Ue, ci ha detto questo: prima la Nazione. Inutile dare la colpa a chi si è sempre definito euroscettico.

Cosa non ha funzionato?
Ne L’Euro è di tutti, del 2014, prefazione di Matteo Renzi, decidemmo con l’editore questo sottotitolo, che era la fotografia della realtà: “con la moneta unica ci hanno guadagnato in pochi ora tocca a tutti i cittadini”. E la mia tesi, per quanto riguarda l’Italia, è rimasta la stessa. Con l’euro ci ha guadagnato il paese, che ha ridotto l’onere del debito, ci ha guadagnato chi aveva una rendita, che ha potuto fare investimenti a bassi tassi d’interesse, ma chi aveva un reddito da lavoro dipendente, chi era della classe media, ci ha perso moltissimo in potere d’acquisto perché il cambio lira-euro fu molto svantaggioso. Si tratta di milioni di persone che alla fine hanno voltato le spalle a chi ci ha fatto entrare nell’Unione Monetaria ma non l’ha corretta: il Partito democratico e il centrosinistra.

Questo vale per l’Italia, ma lo scollamento tra gli ideali spinelliani, il sogno di creare gli Stati Uniti d’Europa e la realtà è generalizzato.
Direi che abbiamo scoperto come gli europei non siano più europeisti. Lo dicono i risultati elettorali, lo conferma l’aria che si respira nella società, nei corpi intermedi, in quel che resta dei partiti e persino nella scuola. Europa è sinonimo di limitazione della libertà, quando è vero il contrario. Non si è stati capaci di raccontare il più lungo periodo di pace vissuto dal vecchio continente come vero fattore di sviluppo, perché in molti, e non solo a Bruxelles e Strasburgo, pensavano che fosse scontato amare una patria comune che non è mai nata e farsi governare da chi non è stato eletto. L’adozione forzata di questi valori ha provocato il grande rigetto. Ora l’Italia ha l’occasione storica di salvare il paziente, se ne sarà capace.

Lei sostiene che il problema di una tenuta politica dell’Ue nasca ad Est.
Sicuramente nasce nel 2015 quando la Germania ha chiuso le frontiere ai migranti dopo averne accolti in una botta sola un milione e poi i paesi del gruppo di Visegrad l’hanno seguita, mettendo il filo spinato alle frontiere e bloccando i ricollocamenti. Il nodo immigrazione è stato la chiave di tutti i successi elettorali sovranisti degli ultimi anni: sia nei paesi che non accettavano più immigrati, come la Francia, la Germania, la Polonia, l’Austria, l’Ungheria, l’Inghilterra, sia in Italia, dove si continua a salvare vite umane nel Mediterraneo. Stiamo assistendo ad un paradosso della storia. Gli stranieri votano attraverso la loro presenza o assenza sul territorio. Basta che esistano.

Di paradossi ce ne sono tanti in questa epoca confusa…
Ce ne è un altro che fa ancora più impressione. Nell’Est Europa, al comunismo di una volta si è sostituito un nazionalismo muscolare, in alcuni casi fascista e revisionista, con il sostegno dei governi. Ad Ovest, in molti paesi fondatori, sconfitti gli esecutivi di centro sinistra euro-ortodossi, mietono consensi i partiti di destra e le nuove formazioni identitarie, che hanno intercettato quel bisogno di sicurezza e di riduzione delle disuguaglianze che nessuno a Bruxelles si è mai curato di prendere seriamente in considerazione come un dato che lo riguardasse.

Anche in Italia?
Sì, anche noi siamo meno, molto meno, europeisti e ora, qualsiasi governo nasca, anche un esecutivo Cinquestelle-Lega, ha in mano il destino stesso dell’Unione Europea. L’Italia è solo l’ultima stazione di un treno che conduce al fallimento dell’Ue, la spina che può essere tolta ad un’Europa in coma o la scossa del defibrillatore che la rianima. La scelta sta a noi, perché ormai l’allergia al righello di Bruxelles si è fatta sistema, si è istituzionalizzata. E lo sapevamo che pensare solo ai conti e non alle persone era sbagliatissimo.

Ci si è stupiti all’inizio, subito dopo il voto, per la calma dei mercati.
I mercati vanno in fibrillazione per due motivi generalmente, quando accade qualcosa che non si aspettano o quando prevedono che accada. L’esito del voto italiano, senza vincitori in grado di governare subito, era ampiamente scontato. E poi tutti sanno che fino a quando Mario c’è…

Si riferisce a Draghi.
Ma certo, Mario Draghi è il vero dominus della situazione italiana. Il Quantitative Easing della Bce che presiede, pur ridotto da 60 a 30 miliardi di euro di acquisti di titoli di stato al mese, costituisce un formidabile anestetico per lo spread e per il nostro enorme debito pubblico, pur sempre detenuto al 30% da soggetti esteri, che potrebbero decretare un crollo della fiducia se vendessero Bot e Btp. Questo non accade perché il mercato dei bond sovrani fin quando esiste il QE è congelato, chiuso. E’ come se si giocasse sempre la stessa partita di calcio amichevole, per il campionato non vale.

E il campionato riprende nel 2019 o prima?
Faccio una previsione, riprenderà nel 2019, quando avremo un governo, avremo varato la legge di bilancio e nel caso saremo pronti a rivotare. Tra l’altro, a dispetto di quanto si dice in giro, mantenere azionato il bazooka di Draghi conviene anche alla Germania che dal QE ha guadagnato 100 miliardi di euro e persino alla Bundesbank, che in un solo anno, con il sistema dei rendimenti negativi per chi parcheggia i soldi in Bce, ha fatto un miliardo di profitti perché i soldi prendevano altre direzioni. Ora peraltro il candidato a succedere a Draghi, Jens Weidmann, numero uno della Buba, non ha alcuna intenzione di rendere il clima arroventato chiedendo ancora la fine di una politica monetaria accomodante.

Perché? Ha sempre votato contro il prolungamento del QE…
Tra poco si giocherà la partita per la poltrona di presidente dell’Eurotower e Weidmann ha bisogno del sostengo di tutti, Italia e paesi dell’Euromed compresi. Ora è il momento di fare la colomba, la Germania ha già vinto, dal punto di vista economico.

Quindi siamo in mano come al solito a Bce e Germania.
In un certo modo sì. Con una differenza rispetto al 2011: oggi possiamo far sentire la nostra voce, perché il nostro assetto futuro di governo è diventato decisivo per le sorti dell’Unione Europea, Berlino compresa.

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