Stregato dalla montagna. Intervista a Paolo Cognetti

Interviste

“Qualunque cosa sia il destino, abita qui”. Intervista al vincitore del Premio Strega Paolo Cognetti.

Paolo Cognetti ha vinto lo Strega con il suo libro Le otto montagne, edito da Einaudi. Da dieci anni vive in una baita in quota sopra Brusson, nella Val d’Ayas. Di lui si dice: è un anarchico ecologista, attento all’immagine al punto da presentarsi sul palco del Ninfeo di Villa Giulia con la cravatta lavallière, simbolo di resistenza anti-borghese, tra Baudelaire e Yves Saint Laurent, e con il cane Lucky accucciato ai suoi piedi. Un dandy di montagna.

E ora passiamo a quello che non si sa o si sa di meno. La spinta per lasciarsi dietro tutto Cognetti l’ha trovata a 30 anni, come conseguenza dell’amore. Fu una delusione sentimentale a spingere il giovane metropolitano, che adorava Milano ma ancora di più New York,  alla ricerca di un rifugio sicuro. Dentro la storia di Cognetti ci sono tutte le storie dei ricercatori dell’essenza: il Siddharta di Hermann Hesse e il Christopher McCandless di Into the wild, bellissima regia di Sean Penn. Attenzione però a citare Walden di Thoreau perché a sentire passi come questo: “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza”,  il buon Paolo sente l’esigenza di rimettere i puntini sulle “i” e ti dice, secco: “Cominciamo a sfatare falsi miti”.

Cominciamo.
Thoreau è andato a qualche chilometro da casa e ci è andato per fare un’esperienza. Il che non diminuisce la portata della sua ricerca, ma due anni senza comodità non significano fare l’eremita. E’ più un desiderio, legittimo, di stare un po’ appartati dalla società per fare un esperimento politico e sociale.

Provare a vivere con poco, come fa lei.
Mi piace l’idea di un futuro diverso e possibile ma non sono un eremita. Anzi, certe sere quando mi ritrovo da solo in baita c’è da impazzire.

E lei cosa fa a quel punto?
Esco, la montagna ti costringe a creare relazioni forti. E’ il contrario della solitudine. La città rende soli, ti chiude in casa, ti sbatte davanti allo schermo di un computer , ti inghiotte nei deliri delle chat.

E invece la montagna?
Rende liberi e forti. Riscopri il corpo, i suoi bisogni essenziali. E poi è una forma d’arte. Potrei paragonarla alla visione di un’opera. Ti dà quel senso di astrazione. Però ci sono anche qui luoghi comuni da sfatare.

Ancora?
Quando leggo sulle riviste  “panorama mozzafiato”  mi vien voglia di lanciarle contro il muro.

La natura è matrigna.
E’ indifferente all’uomo. E qui si sente. E’ semmai vero il contrario, è un mondo che esiste oltre gli uomini.

Le piste da sci sono un po’ il cemento delle montagne? Quelle le ha fatte l’uomo.
Non mi parli degli sciatori.

Quando scendono in picchiata dalla pista vicina alla sua baita cosa pensa?
Che dobbiamo tutti imparare a vivere la montagna in un altro modo. Le piste da sci sono le autostrade delle vette, per costruirle disboscano e cementificano e il ragionamento sul consumo di suolo è del tutto analogo a quello delle città. La montagna è fatica, te la devi meritare.

Che rumore si sente della città dai duemila metri?
Quello dell’invadenza: quando arrivano in massa d’inverno in vacanza il sabato e la domenica. Il problema è che anche i montanari stanno diventando cittadini, si sono fatti prendere dalla smania del costruire.

La voglia di portafoglio.
Il bello di vivere in montagna è che qui passi giorni senza mettere mano ai soldi. Ti dimentichi dei rituali cittadini.

Lei non usa mai la parola natura.
Dico boschi, dico roccia, dico alberi e laghi. Natura è un concetto astratto. Qui impari anche a dare alle cose i loro nomi.

Una nuova unità di misura della realtà che vale per tutto.
Impari a vivere di poche cose. Abito una casa piccolissima, non ci sono chiavi fuori dalla porta, ho un portatile e il telefono con cui sto parlando con lei. La semplicità di  dentro ti apre alla bellezza di fuori. E poi cammino: tutti i giorni, quando vivo come dico io, per tre o quattro ore. Alcune volte parto e sto via qualche giorno, dormo nei rifugi o all’aperto.

Il ragazzo selvatico.
Quella era la mia autobiografia.

Poi ha completato l’opera con  Le otto montagne. Una storia di amicizia maschile che dura una vita: Pietro e Bruno nel perenne ondivagare dell’uomo tra restare nel proprio posto e perseverare nella ricerca. La montagna come la casa del padre cui sempre si ritorna. Hanno scritto che è un classico, concorda?
In qualche modo sì, ho pensato a Narciso e Boccadoro o alle due vite di Siddharta, mi sono molto ispirato a Hermann Hesse. Il valore dell’amicizia per me è quello che accompagna le esistenze degli esseri umani più di ogni altro, per questo è comune alle cose di tutti. C’è poi il tema del doppio, questi due ragazzi che crescono insieme e poi ognuno trova la sua strada con l’eterno ritorno della loro unione, che resta, come il paesaggio, che è sostanza e non forma ed entra nelle loro vite per esserne parte.

Nel libro lei scrive nella lingua della montagna, come un lessico famigliare delle vette.
Ci sono due lingue per raccontare la montagna: una è quella della città, con tutta la retorica dei paesaggi e del silenzio e della natura, l’altra è quella delle cose concrete. Ho usato la lingua vera, che non inganna ma descrive, quella di Mario Rigoni Stern, che dice larice o abete rosso o pino cembro, non albero.

Allo Strega ha vinto la montagna di Cognetti sul mare della Ciabatti.
Il libro di Teresa è molto urbano. Le nostre vicende e i nostri libri sono diversi, io partivo quasi da zero, lei era la favorita. Poi le cose sono andate come sono andate. Ho un legame particolare invece con il romanzo di Alberto Rollo, Un’educazione milanese perché racconta la città degli anni Settanta in cui sono cresciuto e con Le cento vite di Nemesio di Marco Rossari, perché di galoppate nel Novecento, un secolo meraviglioso, c’è sempre un gran bisogno.

Inizia oggi il suo festival “Il richiamo della foresta”: non è che si è messo in testa di fare cultura in quota?
Proprio così: negli ultimi anni è in corso un processo di ripopolamento delle montagne. Ci chiamiamo “i ritornati”, persone che fanno lavori intellettuali e che sentono la necessità di staccarsi dalla città e magari tornare a fare  lavori manuali. Sto cercando di aprire un rifugio alpino che sia un luogo di incontro per persone che vivono la montagna  in un modo diverso, camminando più che sciando.

Bello: un centro sociale in quota.
Vengo dal mondo dell’associazionismo, porto un po’ di quell’esperienza con me, in alto.

 


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