Ma che tempo che fa in Rai? Balassone ce lo spiega

Interviste

Il numero delle testate e dei tg resta abnorme

Ma che tempo sta facendo? Nel senso di Fabio Fazio, intendiamo qui: va bene, va male? Operazione giusta, sbagliata? Come decifrare questi ascolti non travolgenti di una trasmissione di gran successo sui Rai Tre ma affaticata sui Rai Uno? Ci sono pochi esperti di Tv come Stefano Balassone, “inventore” con Angelo Guglielmi della leggendaria Rai Tre “intelligente”, per cercare di capirne un po’ di più. Su Fazio e sulla Rai al termine della sua “legislatura”.

Intanto bisogna capire cosa si intende per ‘andare bene’. Cioè, è indispensabile tenere conto che una rete ha una propria identità, il suo pubblico si aspetta un “colore” e se improvvisamente gliene dai un altro è logico che qualche problema si pone subito. Il pubblico di Rai Uno ha una certa età, certi gusti consolidati: gli arriva un programma di garbo come quello di Fazio e rimane disorientato. Ma nonostante questo l’operazione sta funzionando.

Sta dicendo che il garbo di Fazio è un limite per gli ascolti?
Fazio è un ‘fine dicitore’, nessuno si poteva aspettare che stracciasse la concorrenza. I conti andranno fatti alla fine.

Ci sono stati roventi polemiche sul compenso…
I conti tornano. Nell’insieme la Rai fa più ascolti e spende meno, perché con Che tempo che fa sulla prima rete e un Film su Rai Tre spendi meno. Caso mai il problema di Fazio è un altro. Di fiamme.

Fiamme?
Vede, tutti i programmi “intelligenti” hanno bisogno di un “nemico”. E Fazio non ce l’ha. Quando c’era Berlusconi anche se non lo nominavi facevi comunque un po’ di satira. Il “nemico” serve a creare un club di ascolti. Questo è anche uno dei motivi del crollo dei talk show. Li c’è stato un crollo.

Sempre lo stesso canovaccio…
Non solo. Siamo sempre al modello Samarcanda, che però era la rappresentazione in chiave attuale dell’eterno scontro fra Bene e Male, oggi siamo al teatrino puro, e guardi che io Samarcanda non la riproporrei più, non sto dicendo questo. Ma vede, i talk sono piante esili, se non hanno radici forti diventano come le canne al vento, e alla fine si essiccano. Oggi bisognerebbe addensare il contenuto informativo, rendere più “spesso” il messaggio, guardi come ha fatto il New York Times che ha dato peso alla sua produzione…

E i telegiornali?
Meglio, direi. Danno molte più notizie di prima, non c’è dubbio. Resto convinto che restano troppi, come numero di testate e numero di edizioni. Numeri senza giustificazione.

Ma questo non è sempre l’eterno problema di una Rai incapace di rinnovarsi dal di dentro?
Esatto. In una legislatura dove tutto sommato la politica ha fatto bene, l’azienda ha “bucato” la sua autoriforma. Dal punto di vista strutturale non è cambiato niente malgrado ci siano stati dei progetti importanti, fatti bene, quello di Gubitosi e Rizzo Nervo, quello di Verdelli. Ma non è successo niente. Siamo sempre ad un numero abnorme di testate.

Un momento, Balassone, ha detto che la politica ha fatto bene?
Tutto considerato, sì. Il canone in bolletta, la riforma della governance, forse alcune novità nel contratto di servizio sono cose importanti. Io parlo del governo, della politica in generale. Altra cosa sono “i politici” e le loro esternazioni, le singole pressioni, ma questo è un andazzo antico…

Un consiglio al Pd per la prossima legislatura?
Consiglierei di formulare un progetto organico, strategico, spiazzante. Che rompa con la continuità aziendale e di sistema derivata dagli anni ’80. Che incoraggi la Rai, la cui autonomia non è meno importante di quella di Bankitalia, ad attaccare per svilupparsi anziché difendersi per sopravvivere. E, quando sarà il momento di proporre i vertici, cercare, anche col lanternino, manager da battaglia anziché pastorelli da stalla.

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