Cosa sono i terremoti silenti? Risponde la ricercatrice italiana che li studierà in Nuova Zelanda

Interviste

In inglese, il termine più corretto è slow slip events. Sono scivolamenti lenti delle placche terrestri lungo una faglia. Ce ne parla Francesca Meneghini 

Francesca Meneghini

Francesca Meneghini

Rimarrà sino al 5 maggio prossimo su una nave oceanografica al largo della Nuova Zelanda per “decifrare” terremoti silenti.
Si chiama Francesca Meneghini (Pisa ’73), è docente di Geologia strutturale all’Università di Pisa ed è l’unica italiana nel team di 35 esperti che partecipano al progetto: Hikurangi Subduction Margin – International Ocean Discovery Program Expedition 375, iniziato a Lyttelton l’8 marzo scorso e che si concluderà a Auckland.

Obiettivo della missione: “Perforare – spiega Francesca – il margine in subduzione a largo della costa est della Nuova Zelanda (a largo dell’isola nord della Nuova Zelanda), dove la placca pacifica scende al di sotto dell’isola nord del continente neozelandese. Studieremo le condizioni e i processi attivi in questo margine, attraverso perforazioni, carotaggi e monitoraggio geofisico di tre pozzi. Si cercherà di caratterizzare dal punto di vista chimico e geologico il materiale che entra nella zona di subduzione, di scoprire come questo viene deformato lungo la faglia che separa le due placche, di sapere a quale profondità questi fenomeni atipici avvengono, e di vedere come si evolve nel tempo la deformazione. Poiché i fenomeni di scivolamento atipico hanno durata di settimane o mesi, la spedizione si prefigge anche di installare degli osservatori in pozzo, che monitorino la variazione delle condizioni fisico-chimiche nel tempo. Speriamo di registrare uno di questi fenomeni.
Sulla nave Francesca fa parte del gruppo di sedimentologi e geologi strutturali che deve analizzare i tipi di sedimenti e rocce che saranno estratti.

Ma cosa sono i terremoti silenti?
In inglese, il termine più corretto è slow slip events. Sono scivolamenti lenti delle placche terrestri lungo una faglia, che possono essere di pochi millimetri, arrivare a qualche decimetro e durare settimane o mesi. Sono una scoperta recente e resa possibile dall’incremento di stazioni GPS che ci aiutano a determinare da lontano il movimento lungo le faglie. Sono particolari perché avvengono ad una velocità intermedia tra quella tipica delle placche tettoniche (che è di 1-10 centimetri l’anno), e quella necessaria a generare terremoti, (che è intorno a 1 metro al secondo). Rappresentano quindi una novità nel comportamento meccanico delle faglie.

Quanto sono pericolosi questi terremoti?
Non sono pericolosi in sé perché sono movimenti troppo lenti per generare onde sismiche, ma è la loro associazione temporale a grandi eventi sismici, o il fatto che si propaghino fino in superficie, a spingerci a studiarli. Nel primo caso li osserviamo perché non sono chiare le relazioni di causa-effetto coi grandi terremoti, nel secondo perché possono essere determinanti nello sviluppo di tsunami. Non sono prevedibili.

Dove si registrano in genere?
Sono registrati nella grande maggioranza dei sistemi in subduzione del nostro pianeta.

Chi finanzia il progetto e perché la scelta è caduta su di lei?
Le navi, le strutture e le spedizioni sono finanziate da tre partner principali – NSF – National Science Foundation (U.S.A.), METX – Ministry of Education, Culture, Sports, Science and Technology Japan e ECORD – European Consortium for Ocean Research Drilling (14 Stati europei più Canada)- con contributi secondari di altre cinque agenzie partner. In totale queste agenzie rappresentano ventitré nazioni, dalle quali vengono selezionati scienziati e ricercatori per partecipare alle spedizioni scientifiche negli oceani del mondo. Io sono stata scelta come rappresentante di uno degli stati membri di ECORD, così come i colleghi francesi e tedeschi a bordo.

Come si è preparata per questa missione?
Leggendo tutta la bibliografia a disposizione sulla zona, che conoscevo in parte.

E’ la sua prima missione oceanografica?
Sì e agli inizi mi ha messo un po’ di ansia sia per l’alto livello scientifico, sia perché soffro molto il mal di mare. I primi due giorni di navigazione sono stati abbastanza duri, ma ora, dopo due settimane, mi sto pian piano abituando.

In futuro c’è una missione particolare che sogna?
Sono entrata nel Dipartimento di Pisa  solo da due anni, quindi spero fra tre o quattro di avere un buon numero di laureandi e dottorandi con cui condividere la mia ricerca e continuare con le mie collaborazioni internazionali che mi hanno dato e mi danno molte soddisfazioni. Più che una missione specifica, sogno un sistema politico che comprenda davvero l’importanza della Ricerca scientifica per una crescita culturale e economica del nostro Paese, e che rispetti di più e umili di meno i tanti giovani ricercatori che arrancano per trovare pochi fondi e portare avanti una ricerca decente e competitiva a livello internazionale.

Non può che essere una tipa tosta!
Dopo essere sopravvissuta ai due giorni di tremendo mal di mare, direi che sì, sono una tipa tosta. Ma solo se mi impegno.

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