Con il “voto liquido” cambia tutto. Parla Lorenzo Pregliasco

Interviste
elezioni 2018

Esce “Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un’analisi delle elezioni del 4 marzo”, edito da Castelvecchi, di cui parliamo con Lorenzo Pregliasco

"Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un’analisi delle elezioni del 4 marzo”, edito da CastelvecchiUna specie di rivoluzione elettorale, ma in uno scenario di “voto liquido” in cui nulla può essere dato per scontato e dove tutto può ancora mutare. È questo, in sintesi, il quadro post voto disegnato nel volume “Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un’analisi delle elezioni del 4 marzo”, edito da Castelvecchi, di cui parliamo con Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTrend e autore del volume, insieme a Giovanni Diamanti e a Matteo Cavallaro.

Partiamo dalla fine, e cioè dal voto alle amministrative di domenica scorsa. Il dato più eclatante è il crollo di M5S, è così?
Decisamente sì. Rispetto alle politiche, dove aveva totalizzato il 32,6%, il dato nazionale del M5S si è fermato all’11%, e anche al centro-sud, dove si era concentrata la maggior parte dei consensi, non supera il 13%. È il dato più netto rispetto alle politiche, anche se va detto che le amministrative sono un voto diverso, su cui pesano molti fattori come la conoscenza personale e “l’inquinamento” delle liste civiche. Del resto, anche alle amministrative di cinque anni fa M5S raccolse appena il 9,2%, quando alle politiche aveva sfiorato il 25%.

A Roma, dove M5S ha perso due municipi su due, ha pesato il giudizio sulla capacità di governo?
Quello M5S è un voto di opinione e in questo senso i risultati sono a macchia di leopardo. Su Roma poi il confronto è reso difficile dalla bassa affluenza, un segnale di mobilitazione che invece ha premiato il Pd.

Dunque un elettore grillino o vota per protesta, o si astiene?
M5S ha una componente di voto molto motivata, ma che allo stesso tempo collima con chi si astiene, nel senso che esiste un pezzo di voto cinquestelle alle politiche che in altre occasioni non va a votare. La questione di fondo è che l’elettorato vede in M5S il meno peggio, e questo spiega anche perché quel partito patisce meno di altri gli scandali e i fallimenti locali, una cosa che si è vista molto sul caso rimborsi.

L’altro dato delle amministrative è che il Pd c’è.
Un dato molto positivo per il Pd è stato quello di Brescia, nella Lombardia di Salvini. I risultati nel complesso presentano luci e ombre, ma è vero che non c’è stato il crollo che molti si aspettavano. Va detto che questo era un voto difficile per il centrosinistra, che amministrava più della metà dei comuni al voto e che dunque aveva molto da perdere. Pur non essendoci stata una risposta univoca, resta che nei comuni sopra i 15mila abitanti il Pd è di fatto il primo partito nazionale con il 13,6%, con M5S all’11% e la Lega al 10,9%.

La Lega continua a crescere, ma non sarà per l’effetto “luna di miele”?
È possibile. Succede quasi sempre con una nuova esperienza di governo. L’unica eccezione è stata Gentiloni, con la fiducia al termine del mandato più alta rispetto all’inizio. D’altra parte, la Lega cresce anche per i flussi in arrivo sia da Forza Italia che da M5S.

Ci dai un’istantanea dello scenario post 4 marzo?
Le lettura di base è che il voto ci ha consegnato un’Italia diversa, divisa anche geograficamente ma unita nella richiesta di discontinuità e di voglia di risposte diverse dalla politica. È stato un voto che ha costruito l’ennesima rivoluzione elettorale, dopo quella 2013 con l’ingresso del M5S, il boom del Pd alle europee e la fase iniziata dopo, con la netta vittoria del No al referendum costituzionale. Dopo il 4 marzo, per la prima volta, dopo il bipolarismo e il tripolarismo, abbiamo avuto uno scenario con due poli e mezzo.

Uno scenario che può ancora mutare?
Certo quando hai un terremoto per un po’ le scosse continuano, ma ad esempio il dato dei cinquestelle, che arrivano all’11,6% alle amministrative dopo il dato delle politiche, è la conferma che il voto è liquido e che dunque potrà ancora esserlo in futuro.

Tutto fa credere che si possano ancora aprire spazi non piccoli per chi sta all’opposizione, in particolare a sinistra. È così?
Certo si aprono delle opportunità, come sempre nelle fasi di crisi o di rottura, ma questo paradossalmente dà anche più responsabilità a chi analizza la politica. La dissoluzione del voto ideologico ha come effetto l’accentuazione della professionalizzazione della comunicazione politica, ma questo pone il tema delle risorse. Da questo punto di vista, ritengo sia stato un errore abolire il finanziamento pubblico, che non ha dato grandi frutti ma che, d’altra parte, ha messo in difficoltà i partiti e il personale. Anche una campagna fatta solo sui social network non è gratuita. La politica, e la democrazia, hanno un costo.

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