Caso Zuckerberg, le tappe di una vicenda opaca. Parla Iacoboni

Interviste

Il giornalista de La Stampa: “Facebook sapeva di Cambridge Analytica dal 2015. In Italia non c’è bisogno di Cambridge Analytica, c’è già un partito che è fondato su una web company che gestisce dati”

Non si ferma il terremoto che ha investito i social network dopo lo scandalo dei profili “rubati”, come nelle migliori puntate di House of cards, dalla società Cambridge Analytica. Dopo il crollo di Facebook in borsa, anche Twitter viene colpita con una perdita, stando agli ultimi numeri, del 9%, e Marc Zuckerberg è addirittura chiamato a chiarire dal Parlamento europeo e da quello britannico.

Per fare il punto su una valanga che si ingrossa a vista d’occhio, manco fosse uno dei contenuti virali che ogni giorno proprio grazie alla velocità dei social netowrk si diffondono, facciamo il punto sulla vicenda con Jacopo Iacoboni, giornalista de La Stampa e autore del libro ‘L’esperimento – Inchiesta sul Movimento 5 stelle’, edito da Laterza.

Jacopo, hai definito quello di Cambridge Analytica “il più grande scandalo della politica nell’era 4.0”: cosa intendi?

Non c’è dubbio che ci sia stata una vicinanza molto opaca tra società che facevano data mining e le campagne di Trump e per la Brexit. Possiamo anzi dire che la Brexit è stata la prova generale per le presidenziali americane. E’ una vicinanza che ha molte zone d’ombra nei rapporti tra le varie società a vario titolo coinvolte, ad esempio, come fa notare The Guardian, tra Cambridge Analytica ed Aggregate IQ, una sconosciuta società canadese. Anche se Arron Banks, uno dei fondatori di Leave.EU, lo ha negato, la verità è che è stato fatto un lavoro sui dati.

Come?

Quello che viene fuori è che un’altra società, la Global Science Research (GSR) di Aleksandr Kogan, ha creato una App per Facebook che era un test psicologico con cui hanno raccolto i dati di 270mila profili. Era tutto legale, perché chi partecipava dava il suo consenso, ma il punto è che nel consenso non era segnalato che i dati sarebbero stati ceduti, in questo caso a Cambridge Analytica, che da quelli è arrivata a profilare 50 milioni di utenti. Non si è trattato né di hacking né di spionaggio, perché una forma di consenso c’era, ma di certo non a essere profilati da aziende terze. E soprattutto, secondo Christopher Wylie, il wistleblower di The Observer, GSR è in realtà una società nata nell’ambito dell’operazione di Cambridge Analytica, creata ad hoc con questo scopo.

In tutto questo Facebook è vittima o complice?

Facebook nel 2015 scopre la faccenda e chiede a Cambridge Analytica di cancellare questi dati. La società dichiara di averlo fatto, anche se Wylie sostiene il contrario. Ma soprattutto, Facebook non dice nulla alla pubblica opinione, che lo verrà a sapere solo dai giornali. A questo va aggiunto che il socio di Cogan, Joseph Chancellor, adesso è un dipendente Facebook.

Passiamo alle possibili implicazioni in Italia.

Cambridge Analytica scrive sul suo sito di aver lavorato per un partito che nel 2012 rinasceva. Non so con chi possano aver lavorato, ma la cosa interessante è quello che è successo dopo: Bannon era in Italia a cavallo delle ultime elezioni, c’è venuto solo come osservatore o per fare altro? La verità è che in Italia non c’è neanche bisogno di Cambridge Analytica, perché abbiamo già un partito che è fondato su una web company che gestisce dati, e i dati sono potere e possibilità di profilazione, e non lo dico io ma un rapporto dell’Autorità italiana per la privacy.

Credi che vicende come questa abbiano influenzato il voto?

Quantificare è difficile, anche perché Facebook e Twitter cancellano account e dati non appena esce fuori qualcosa, ma il dato è che si tratta di un’attività che viene svolta, e in particolare negli USA è stata fatta nei 4 Stati più in bilico.

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