Cosa mancò al Sessantotto? La pars construens. Un libro di Pombeni

Opinioni

Niente reducismo né critica ideologica, ma l’avvio di una riflessione nuova

Gli anniversari danno modo agli studiosi di riflettere su epoche storiche di particolare interesse sia a livello storiografico che politico e sociale. E’ il caso del ricordo del cosiddetto ‘68, inteso sia a livello cronologico come anno di apertura e se vogliamo
“disvelamento” della cosiddetta contestazione giovanile sia a livello intellettuale e sociale come inizio di un periodo di maggiore partecipazione e consapevolezza, si sarebbe detto allora, di segmenti sociali fino a quel tempo se non silenti quanto meno marginali, ingabbiati da un “vecchio mondo” (almeno come era percepito dai coevi), desiderosi di proporre nuove visioni e fare nuove esperienze.

Su tutto il periodo sulle sue ricchezze e sui suoi limiti ha ragionato Paolo Pombeni in un agile e approfondito pamphlet dal titolo “Che cosa resta del ‘68” edito dal Mulino.

Lo sguardo del professore emerito dell’Università di Bologna è come sempre lucido e acuto,senza sconti; la sua riflessione si allunga su un periodo che lo ha visto pure coinvolto, anche se in “quinta fila”, come scrive.

Mi sembra che la cifra per comprendere un po’ il complesso di una riflessione così agile ma non per questo meno densa, come è caratteristica dell’autore che riesce anche sul “breve”, diciamo così, a sviluppare con intelligenza argomenti di lungo respiro, sia da prendere a prestito da Max Weber, fra i pensatori più considerati da Pombeni, soprattutto nel considerare il concetto di Entzauberung e cioè: de-magificazione o disincanto.

Un disincanto che in Pombeni non è però distruttivo, né appiattisce tutto nel semplice ricordo delle “magnifiche sorti e progressive”, ma diventa categoria che aiuta nell’analisi delle potenzialità del ’68, dei suoi limiti e delle sue possibilità, di ciò che è rimasto, appunto, di ciò che è andato perso, di quello che forse è meglio dimenticare, accantonare e ripensare con vaglio critico.

Indicativamente a mio parere Pombeni parte dalla constatazione che il ‘68, discutendo una idea di autorità che promanava da una società chiusa, patriarcale (collassata poi, come nota lo stesso autore, anche con una certa facilità), abbia prodotto una sostanziale messa in discussione dello stesso concetto di autorità e se vogliamo di autorevolezza, con significativi riverberi, nel lungo periodo, sulla nostra società, nella sua voce amplificata dai moderni mezzi di comunicazione come i cosiddetti social.

Scrive infatti l’autore, partendo da quella che definisce una “eredità ambigua”, che bisogna “chiedersi però se sia formativo incitare tutti a “dire la loro” su qualsiasi argomento senza porsi il problema se siano in grado di farlo e senza aver fornito loro gli strumenti per mettere in discussione ciò che sentono e in prima istanza ciò che gli frulla in mente” (p. 23).

Senza scomodare quanto diceva Umberto Eco sul tema, mi sembra che sia un po’ il punto sul quale oggi tutti si riflette, senza peraltro riuscire a trovare argini e risposte sostanziali, o alvei nei quali incanalare la discussione senza essere accusati, senza volerlo, di assumere ruoli scomodi di censori e/o elitari.

Ma il concetto proposto da Pombeni, faccio riferimento alla sua riflessione sulla proposizione di una malinteso senso di autorità, ha trascinato con sé, investendole, tante altre questioni come la scuola e l’università, attraversate dalla fine di un “merito” visibile e quantificabile e dalla sordina posta alla concretezza, seppur nelle giuste dosi, del nozionismo.

Ciò ha condizionato, mischiandoli in un sostanziale calderone in cui tutte le “vacche sono nere”, parafrasando Hegel, il tema dei diritti e quello dei doveri (dirà Aldo Moro nel ‘76, fra i politici di governo e fra i dirigenti democristiani più attenti e sensibili alle istanze poste dal ’68, durante il Congresso della Dc, che “questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere”).

Mi sembra interessante un altro tema posto da Pombeni e cioè laddove quest’ultimo scrive che l’idea della comunità, della vita comunitaria di quegli anni, non ha frenato, o rimodulato, la spinta, al rafforzamento dell’individuo: “Il carattere per così dire
frammentato del comunitarismo non contrastò il rafforzamento dell’individualismo, che invece traeva linfa proprio dall’inclusione di ogni singolo in un raggruppamento circoscritto e dal fatto che la presenza di molte comunità in conflitto tra loro consentiva a ognuno di trovare rifugio, nel caso di rottura col proprio gruppo, in qualche altra realtà più o meno concorrente” (p. 98).

Anche se non direttamente riferibile a tale riflessione, viene alla mente quanto la Thatcher dirà anni dopo, nel contesto particolare del conservatorismo inglese colto nell’ambito anch’esso singolare degli anni ‘80, che: “There is no such thing as society. There are only individual men and women”.

Tali tendenze hanno di fatto portato al tramonto, riflette il professore dell’Università di Bologna, della promozione e della difesa del merito, come già detto, “e a quello del riconoscimento disciplinante che le «regole» hanno in qualsiasi contesto sociale” (p. 99).

Affrontati alcuni dei grumi più pregnanti presenti nel lavoro di Pombeni, che si “spalmano” su tante altre questioni come la chiesa alle prese con il post concilio; l’idea di “rivoluzione” portata avanti con una certa approssimazione e superficialità che avrà anche risvolti tragici e drammatici portando all’eclissi delle migliori idee del riformismo; l’affermarsi della valorizzazione della differenza di genere; mi sembra di poter individuare la formula che cerca di raccogliere i vari aspetti citati in quella in cui l’autore scrive che: “Sarebbe fuorviante dire che si trattava di semplice «utopia»: si discusse anche di temi che erano «importanti»: equità, lavoro, democrazia, squilibrio fra Nord e Sud del mondo, e via elencando. Ma era più un gioco di specchi che non un farsi carico delle complessità dei grandi problemi, in nome dei quali si abbandonava a un triste destino il faticoso e impegnativo riformismo di cui aveva bisogno l’Italia. E’ vero tuttavia che quando si mette in crisi un universo socioculturale difficilmente poi tutto torna come prima. E’ probabile che strada facendo ci si accorga che alla forza della pars destruens non si era affiancata una pars costruens adeguata” (p. 13).

Il pregio del libro sta anche nel fatto che Pombeni non indugia né in uno sguardo idilliaco della vicenda e del periodo né nella ricostruzione “agiografica”, se così si può dire, degli eventi; né d’altra parte veste i panni del censore, della Cassandra dalle tinte catastrofiche e catastrofiste, che indica i limiti e l’inutilità di tutto; né, peggio, ci dice che, per semplificare, “si stava meglio quando si stava peggio”.

Ma utilizza gli strumenti dello studioso dei sistemi politici, dei processi storici e sociali per comunicarci, a noi che non lo abbiamo vissuto, ma anche a chi vi fu partecipe, i limiti, le possibilità e le ricchezze realizzate, sfuggite e/o trasformate e quelle ancora presenti sul tappeto con una valenza e attualità tuttora più stringente di quegli anni, di quello che è ricordato come “il” ‘68.

Il ’68 sembra suggerire l’autore è, in ciò che resta, appunto, oltre un tornante storico e sociale ben individuabile e preciso; è una categoria dell’animo, della mente, dello spirito; è la capacità cioè di usare discernimento, il più possibile razionale e critico della complessità (una tendenza che non è solo propria del “68”, ma che si può individuare nel mare magnum del percorso storico degli uomini) come qualità principe per comprendere il mondo, la storia, la società che ci circonda, per non coltivare ed indugiare su un sostanziale appagamento: “L’eredità di quanto si manifestò in quell’anno non è nelle risposte e nelle proposte che allora furono elaborate. Non è neppure nel movimentismo come risposta alle ansie sociali, che allora si seppero in qualche modo anticipare, mentre oggi quasi sempre ci si limita a rincorrerle. E’ davvero nella ripresa di quel grido, profetico al di là di ciò che
allora si percepiva «Non è che l’inizio». C’è dunque una lotta da continuare, ed è quella per dominare razionalmente una transizione storica riuscendo ad approdare a nuove forme di equilibrio per la vita degli individui e delle molteplici comunità in cui vivono. E’ un lavoro lungo che la generazione del Sessantotto – se è consentito che lo affermi uno che partecipò, sia pure in quinta fila, alle temperie di quegli anni – non è riuscita ad avviare che in minima parte” (p. 127).

Anche qui ci soccorre, senza alcuno scopo di sovrapposizione fra questioni differenti, quanto scriveva Max Weber, affrontando le coordinate che in qualche misura sovraintendono l’impegno politico per l’uomo che ne senta la “vocazione”: “Solo chi è
sicuro di non cedere anche se il mondo, guardato dal suo punto di vista, è troppo stupido o cattivo per ciò che egli vuole offrire, e solo chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto ciò “Nonostante tutto, andiamo avanti!”, solo quest’uomo ha la «vocazione» per la politica”.

Un libro interessante dunque per saltare fuori con intelligenza sia dal “reducismo” nostalgico di quegli anni sia dall’altrettanto unilaterale e miope condanna tout court di quegli eventi: un lavoro utile, che scava con acume, e intelligenza degli eventi, dentro ciò che è stato e, in profondità e prospettiva attuale, in ciò che resta.

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