#10anniPd / La sinistra di governo che serve al Paese

Pd

La “sinistra di governo” è diventata concreta, nella politica italiana, dieci anni fa, con la nascita del PD

Festeggerò il decimo compleanno del PD convinto e contento; come fosse il mio o di un familiare stretto.

Non fraintendetemi: non ho nessun titolo da esibire per la nascita del festeggiato. Nell’autunno 2007 avevo un incarico alla Rai; mi sembrava doveroso astenermi da atti di significato politico. Il 14 ottobre non andai, perciò, a votare; il mio nome non c’è fra i tre milioni e mezzo che parteciparono a quelle primarie e guadagnarono, così, la qualifica di “fondatori”. Non sono stato fondatore del PD neppure in questo senso, piuttosto “lasco”.

Mi definirei piuttosto uno “spalatore”: uno di quei lavoratori che vanno (andavano; adesso ci sono i caterpillar) di pala e piccone, per rimuovere ostacoli, spianare terreni, aprire varchi; un lavoro indispensabile per qualunque opera, anche la più audace e innovatrice. Di spalatori come me ce ne sono stati milioni, ben più dei fondatori del 14 ottobre; fra i quali, pure, gli spalatori sono stati tanti. Si sono dati da fare per anni, per decenni, ciascuno secondo capacità e opportunità. Può darsi che io, mentre spalavo e picconavo, rimuginassi e pensassi più di altri; ma nessuno si metteva a faticare se non aveva in mente qualcosa; un obiettivo, una direzione verso cui muoversi.

Se non ricordo male, ho cominciato a scavare e spalare agli inizi degli anni ’80, dopo la fine dell’esperienza che fu definita “solidarietà nazionale” (1976-1978). Fino ad allora – con tutti i guai che pure c’erano – la Repubblica ancorata alla Costituzione e all’antifascismo, la consociazione per cui si poteva governare anche “dall’opposizione”, soprattutto la forza del Pci mi consentivano di pensare che quel che credevo e volevo andava avanti nella realtà; non era un’illusione.

Poi, cambia l’Italia e cambia il mondo. Soprattutto, passa il tempo: quello che per cinque, dieci anni poteva apparire ovvio, normale, dopo venti comincia a sembrare strano; e dopo trenta, incomprensibile. Per quanto tempo un partito, pur forte, serio, influente, può andare avanti senza porsi l’obiettivo di governare? Non solo di “entrare nel governo”, ma di assumere la responsabilità del governo, di fronte alla nazione, su mandato dei cittadini e vincendo in una competizione aperta. Questo interrogativo il Pci non volle mai porselo, neppure quando era diventato impossibile evitarlo. Io – e, come me, tantissimi altri intorno e dentro al Pci – cominciammo, invece, a chiedercelo; e mettemmo mano a pala e piccone.

Quando cadde il Muro a Berlino, il 9 novembre dell’89, il lavoro si fece ancor più intenso; riguardava ormai la nostra stessa sopravvivenza. Gli incentivi crebbero nei primissimi anni ’90; quella che Pietro Scoppola aveva esattamente e nobilmente definito “Repubblica dei partiti” stava infatti crollando per collasso strutturale, prima ancora che per i colpi della magistratura: si doveva preparare il “dopo”.

Cercavo, volevo (cercavamo, volevamo) una “sinistra di governo” per l’Italia. La sinistra è “di governo” se, in quanto sinistra, assume il governare come obiettivo permanente ed essenziale della propria azione e della propria funzione politica; dirò di più, se è orgogliosa di governare, fiduciosa di quel che può e sa fare governando convinta che i suoi sostenitori, tutti i cittadini, la nazione intera possono averne miglioramenti che altri non sanno e/o non vogliono assicurare.

Abbiamo sperato, creduto che la strada potesse essere quella dell’Ulivo; ma l’Ulivo fu ucciso nell’autunno 1998, quando al governo Prodi fu tolta la maggioranza in Parlamento. E, poi, diciamola tutta: la sinistra che stava nell’Ulivo non ha mai pensato che il governare fosse una dimensione alla quale non sottrarsi; pensava, se mai, a una sorta di CLN per cacciare Berlusconi. E gli altri, nell’Ulivo, erano convinti, che la funzione di governo spettava a loro garantirla.

La “sinistra di governo” è diventata concreta, nella politica italiana, dieci anni fa, con la nascita del PD. Veltroni si dimise dopo neppure un anno e mezzo perché – disse – non gli facevano fare quel che lui avrebbe voluto. Ancora forte era, evidentemente, l’ipoteca di quella che conosceremo più tardi come “la ditta”.

Il PD poteva finire lì. A raccogliere il testimone, a correre l’ultima frazione e a tagliare il traguardo, l’8 dicembre del 2013, è stato un outsider: Matteo Renzi.

Da allora penso, sento che un lungo processo non dico sia diventato irreversibile, ma è diventato chiaro e comprensibile per la generalità dei cittadini, favorevoli o contrari che siano. Non prendetemi per stupido: il colpo subito il 4 dicembre scorso è stato durissimo; posso dirlo con piena cognizione di causa. Puntai infatti moltissimo sul vittorioso referendum del 18 aprile del 1993 (83% per il passaggio al maggioritario) e su quello di sei anni dopo – 18 aprile ‘99 – con il quale si voleva eliminare la zavorra della perdurante quota proporzionale. I favorevoli furono quasi 22 milioni; mancarono però 160.000 voti al raggiungimento del quorum previsto in Costituzione: tutto inutile.

L’ambiente istituzionale fisiologico per la sinistra di governo è – lo so bene – quello nel quale i cittadini attribuiscono direttamente con il voto il mandato a governare. Con la vittoria del NO nell’ultimo referendum costituzionale, scivoliamo invece di nuovo verso la palude del proporzionalismo a contrattazione continua e con efficienza vicino allo zero.

Dopo questo verdetto, però, l’Italia ha ancor più bisogno – se possibile – di una forte sinistra di governo. E’ infatti la politica a dover affrontare vuoti e trappole che, con la riforma, sarebbero stati eliminati dal buon funzionamento delle istituzioni. Senza dire che, con istituzioni sconnesse, solo un solido baricentro politico può assicurare un minimo di governabilità.

Sento l’obiezione: sarà difficilissimo. Sì, lo sarà; ma non è impossibile. La forza genetica del PD è grande: alla faccia di chi, da quando è nato aspetta solo che quel partito nuovo si scomponga e si sfasci. Lo abbiamo verificato proprio nei momenti peggiori: dopo lo sbandamento totale seguito al voto del 2013; e, di nuovo dopo la dura sconfitta nel referendum del 2016.

Se c’era bisogno di una prova che il PD non è PdR (acronimo per “Partito di Renzi”, inventato se non sbaglio da Ilvo Diamanti) l’abbiamo avuta proprio dopo la sconfitta referendaria. Renzi si è ritirato dal governo ma il PD ha continuato ad assicurare all’Italia una direzione politica e amministrativa autorevole ed efficiente, con Paolo Gentiloni e tutti gli altri, in continuità con la determinazione riformistica del precedente governo.

Per quel che riguarda Renzi, questa volta non è stato lui a rianimare il PD, come è accaduto l’8 dicembre 2013; si è affidato lui al PD, il quale lo ha risollevato e gli ha ridato fiducia, prima con il voto degli iscritti, poi con il voto degli elettori il 30 aprile 2017.

Nel primo compleanno a doppia cifra, possiamo dire che il PD ha trovato amalgama, senso e funzione, nell’essere la “sinistra di governo”; nell’esserlo in modo aperto, dinamico, inclusivo. Non a caso Giuliano Pisapia, quando ha voluto far capire senza equivoci quale fosse il punto al quale non intende rinunciare, ha usato esattamente quelle semplici tre parole: “sinistra   di   governo”.

Noi, vecchi spalatori, siamo contenti e alziamo il calice. Prosit e buona fortuna. Ne abbiamo bisogno, tutti.

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