#10anniPd / Il Pd è l’Ulivo dei nostri giorni

Pd

Il PD non dovrebbe cambiare completamente strategia ma dovrebbe adattarla su vari piani

Nel 2017 il PD compie dieci anni. Ma molti dimenticano che era stato concepito un anno prima, nell’ottobre del 2016, durante il Convegno di Orvieto, convocato da Romano Prodi (in quanto leader dell’Ulivo), insieme a Piero Fassino (Ds) e Francesco Rutelli (Dl) con il titolo “Per il Partito Democratico”. A testimonianza inequivocabile del fatto che, seguendo le intenzioni espresse da quegli stessi protagonisti, il PD non è una creatura alternativa all’Ulivo, ma la sua deliberata trasformazione in un partito.

Si dava quasi per scontato che il progetto politico-culturale sottostante fosse già scritto nei valori che avevano tenuto insieme per i dieci anni precedenti l’elettorato di centrosinistra e il popolo delle primarie intorno alla candidatura unitaria di Romano Prodi. Quindi i dibattiti più accesi hanno riguardato la forma organizzativa e le modalità della democrazia interna, che avrebbero avuto anche una più immediata ricaduta pratica su “come misurare il peso di ciascuna componente”. La proposta che avanzai nella relazione che fui invitato a tenere ad Orvieto, di un partito aperto ad una base larga di aderenti attraverso le primarie, plurale, con leadership forti e contendibili, trovò Prodi e gli ulivisti entusiasti, D’Alema ed ex-Dc come De Mita o Marini irritati e contrari.

Poi, nel corso del 2007, di fronte ai numeri terribili delle elezioni provinciali che segnalavano un calo drammatico di consensi, divenne evidente la necessità di una innovazione profonda e anche i suoi storici antagonisti dovettero chiamare in causa Veltroni, a cui credo vadano riconosciute tre scelte, fondamentali anche per gli anni a venire. 1) Una chiara opzione a favore del modello di partito aperto, plurale, a vocazione maggioritaria che volle fosse messo in sicurezza nello Statuto, anche contro le resistenze di alcuni suoi grandi elettori. 2) L’esposizione limpida di un riformismo radicale ma non ideologico, europeista, egualitario e liberale inaugurata con il discorso del Lingotto. 3) Il mezzo miracolo fatto nel dare il necessario slancio emotivo al progetto, creando intorno al PD aspettative positive e un risultato elettorale straordinario nel 2008, mai più raggiunto in numeri assoluti.

Sappiamo come fu ripagato, da chi doveva a tutti i costi riprendersi la ditta e ora, da quando ne ha perso di nuovo il controllo, spara a zero sul Pd come se fosse il peggior male della politica italiana.

Insomma, al contrario di una vulgata molto popolare, il Pd è nato sano, con un buon codice genetico, per una fortuita combinazione di circostanze, verificatasi tra il 2006 e il 2008, ma in un momento doppiamente sfavorevole: si veniva da due anni di un governo di centrosinistra massacrato dalle divisioni interne che rendevano le elezioni del 2008 perse in partenza; solo un anno dopo la rabbia populista che già stava covando alimentata dal giornalismo tradizionale verrà moltiplicata dalla Grande Recessione e dai social media manipolati dai nuovi agitatori telematici. A quelli che sostengono la tesi contraria, certamente più diffusa, che il Pd sia nato storto, bisognerebbe chiedere che fine avrebbero fatto la politica italiana e i dieci partitini del centro-sinistra l’uno contro l’altro armati di fronte a questa ondata!

Invece, al contrario di molti altri partiti aderenti al PSE, il Pd ha tenuto testa alla marea populista. Renzi, con i suoi modi, era riuscito addirittura a portare il progetto originario molto vicino alla sua realizzazione. Con la sua biografia ha dimostrato che il PD non è la somma di vecchie classi politiche ma un partito nuovo, di centrosinistra, del XXI secolo. Con il modo in cui ne ha ottenuto la guida, ha dimostrato che il PD è un partito la cui la leadership è resa realmente contendibile dalle primarie. Con la forza innovativa dei mille giorni ha fatto capire perché negli altri Paesi europei è normale che il leader del maggior partito sia anche capo del governo. Con i numeri delle Europee del 2014 ha fatto intuire che la vocazione maggioritaria non è una chimera. Ma proprio da quel momento in poi sono cominciati i problemi e quindi da lì bisogna ripartire, per ragionare sui prossimi dieci anni, se non ci si vuole solo rassicurare con grandi scenari e visioni di lungo termine. Da un lato Renzi ha sopravvalutato la sua popolarità e commesso errori che ha in parte riconosciuto. Dall’altro, è stato impressionante vedere tutti i corpi della società e della politica italiana toccati in un loro qualche potere di veto mettersi in moto per abbattere la riforma costituzionale, vista come una innovazione che avrebbe potuto stabilizzare il risultato politico delle europee del 2014.

Non sono d’accordo con chi sostiene che, quindi, a questo punto il PD dovrebbe cambiare completamente strategia (non si sa bene peraltro in che senso). Io penso che dovrebbe adattarla, su tre piani.

Primo, riguardo alla ricerca del consenso. Deve imparare a costruire coalizioni, non solo tra partiti e pezzi di ceto politico, ma tra segmenti attivi della società italiana, proponendosi come «un utile baricentro», più che come un attore dominante.

Secondo, riguardo alla sua forma organizzativa. Può serenamente archiviare i dibattiti fasulli sul partito liquido, solido e gassoso. Ormai pochi contestano l’importanza delle primarie, mentre lo statuto ha retto alla prova di ben due alternanze interne. Ha sicuramente bisogno di manutenzione, ma non è in discussione il suo impianto. Semmai, bisognerebbe dare un ruolo diverso alle strutture nazionali responsabili per l’organizzazione e sostenere con adeguati incentivi un nuovo tipo di segretari provinciali, per rendere le une e gli altri meno preoccupati di curare gli interessi di una corrente o carriere individuali future, più impegnati ad ammodernare l’infrastruttura comune.

Terzo, più importante di tutto, il Pd deve trovare formule più efficaci, comportamenti, posizioni su singoli temi, personalità e parole più eloquenti, per esprimere i valori di fondo che guidano la sua iniziativa politica, invece di sciorinare minuziosi elenchi di cose fatte o da fare. Deve dire senza incertezze che la più alta misura dell’etica pubblica consiste nel contrastare ogni visione unilaterale del mondo che alimenta pregiudizi per prendere voti. Deve offrire una visione nettamente alternativa al populismo dilagante di chi urla, agita posizioni estreme, sfrutta il malessere e le nuove forme di credulità popolare, alimenta una mentalità cospirazionista e antiscientifica, di chi ha sempre un capro espiatorio su cui scaricare il biasimo (le élite corrotte, gli immigrati) e ricette tanto facili quanto illusorie da proporre. L’unica strada per un partito come il PD, la sua missione e la principale battaglia culturale dei prossimi anni sarà dimostrare, soprattutto ai giovani, che solo la passione, la ragionevolezza, la competenza dei riformisti sono davvero rivoluzionarie, possono rendere la vita delle nostre comunità migliore. E che per migliorare il mondo intorno a noi serve la fatica di contemperare coppie di princìpi che altri vorrebbero contrapporre, come sicurezza e diritti, bisogni e merito, sviluppo e ambiente, sovranità nazionale e sovranità europea, apertura e identità.

Per articolare questo pensiero basta anche meno di una conferenza programmatica, perché presumo che in astratto, tra i democratici, sia già largamente condiviso. Per dargli una forma politica credibile una conferenza programmatica non basta.

 

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