#10anniPd / Ripartiamo da noi, dall’ambizione di “Cambiare il mondo”

Pd

Il Pd nasce dall’esigenza di superare le precedenti forze politiche democratiche generate dalle ideologie del novecento

L’ambizione non ci mancava. Volevamo fare un partito contemporaneo, postideologico ma non a-valoriale, aperto, cioè “dei” cittadini nello spirito dell’art.49 della Costituzione, europeo nel senso di potenzialmente proiettato a portare scompiglio e spirito di rifondazione nelle famiglie politiche europee più attente alla modernità, a partire da quella socialista.

Ci siamo riusciti? Solo in parte. Avevamo puntati addosso gli occhi di tanti osservatori anche stranieri, che intuivano che nella nostra iniziativa si annidavano potenzialità di cambiamento preziose ben oltre i confini del sistema politico italiano. Coglievamo un interesse vero non solo tra i giovani ma anche tra quanti ci dicevano “ecco, finalmente potrò iscrivermi a un partito”.
Perché allora il risultato non fu, visto nel tempo, del tutto soddisfacente. Sostanzialmente per tre ragioni.

La prima. Ci siamo ben presto accorti che non tutti i partecipanti all’impresa avevano lo stesso grado di convincimento, e una certa frettolosità non ci ha aiutato a capire bene le cose che non andavano. E’ in parte vero, come hanno sempre sostenuto Prodi e Veltroni, che la nostra gente era pronta da anni, sin dai tempi dell’Ulivo, ma i gruppi dirigenti non lo erano. Del resto come sarebbe stato possibile passare d’un tratto dalla contrapposizione elettorale del 1994 a una fusione politica a solo due anni di distanza?

L’Ulivo era, come doveva essere e come in effetti è stata, l’occasione di verifica di questa possibilità e, dunque, il punto di partenza di un percorso che avrebbe potuto essere anche più corto, se solo fosse stato meglio utilizzato per approntare il progetto della casa comune. La seconda. Il Pd – lo dico con il senno del poi – avrebbe dovuto prendere corpo per iniziativa di soggetti nuovi, che ne esprimessero anche la leadership (penso a Prodi), ovviamente aperta a quanti militavano già nei partiti di centrosinistra.

Non la creazione di vecchi partiti che si riconoscevano, ognuno con le proprie ragioni, dentro un nuovo soggetto, perlopiù inteso come contenitore di realtà preesistenti. Troppi dirigenti sono entrati già dirigenti nel nuovo soggetto, con il passo della tartaruga, ma soprattutto con l’abito della tartaruga, cioè con la propria casa sulle spalle (non accuso ovviamente nessuno, riconoscendo le mie stesse personali responsabilità, al di là delle migliori intenzioni).

E’ molto difficile che persone educate e vissute lungamente in altra stagione politica, possano reiventarsi protagonisti in un tempo diverso.

La terza. Ho già detto che il Pd nasce dall’esigenza di superare le precedenti forze politiche democratiche generate dalle ideologie del novecento, perché quelle ideologie non erano più in grado di parlare alla donna e all’uomo di questo tempo. Ma un partito non sta insieme, non crea senso di appartenenza, se non è in grado di declinare il suo pensiero sul mondo e sul modo di migliorarlo, e se rinuncia alla fatica di farsi interrogare dalle grandi questioni esistenziali che la scienza e la cultura caricano con modalità sempre inedite sulle spalle degli uomini.

Pietro Scoppola, che tanto contributo ha dato alla causa del Pd, ci esortava a “mettere le mani nella morchia” (per la verità questa espressione è di Delors), a scavare cioè in profondità nelle radici storiche e morali dei nostri vecchi partiti – come gli stessi seppero fare all’assemblea costituente – per cercare quei componenti dei vecchi motori servibili per montarne uno nuovo di zecca, apprezzabile da tutti i partecipanti alla scommessa.

Bisognava cioè creare una nuova piattaforma culturale ed etica su cui costruire daccapo il senso di una nuova appartenenza. Ci abbiamo un po’ provato con la Commissione dei valori diretta da Reichlin ma, insomma, con risultati insufficienti. Quando poi si è cominciato a parlare di “ditta” si è capito che la volontà di proseguire il percorso nuovo non c’era più. Anzi.

Ho parlato degli errori perché è da lì che dobbiamo riprendere il cammino. A maggior ragione oggi, a dieci anni di distanza. Un
decennio nel quale sono accadute tante cose, che inevitabilmente condizionano anche l’organizzazione della politica e, dunque, la forma partito.

Pensiamo solo all’esplosione di modalità di informazione e di comunicazione che hanno fortemente messo “fuori uso” i tradizionali
canali della partecipazione. Io continuo a essere convinto che i partiti debbano assolutamente ancora esistere come strumenti preziosi per collegare il popolo allo Stato, e viceversa. E se la gente noi viene più ai partiti, i partiti debbono inventarsi il modo per andare alla gente. Non penso allo strumento Feste di partito che ovviamente ha una specifica finalità mobilitativa.

Penso a strumenti e modalità per andare là dove la gente si riunisce attorno a motivazioni sindacali, professionali, sociali, di
interesse territoriale, persino ludiche. E penso alla necessità di andare là dove la gente oggi, più o meno, interviene e discute: Internet e social ad esempio.

Vogliamo riprendere il discorso sull’organizzazione moderna del partito, come da molti anni ad esempio stanno facendo in Germania? So bene che il Pd non doveva essere solo una nuova modalità di organizzare la politica, ma soprattutto una nuova modalità per pensare e fare la politica. E qui il discorso diventa oggi ancora più urgente.

La gente sente oggi lontana la politica e lontanissimi i partiti, perché non avverte nei loro discorsi né una sufficiente concretezza e vicinanza ai problemi della vita quotidiana, nè una prospettiva non nebbiosa di futuro. L’eccellenza del paese tace e se ne sta fuori. Questo non può continuare.

Vorrei, perciò, che il compleanno del Pd si trasformasse in una utile occasione per parlarne e per ridarci l’ambizione di “cambiare il mondo”.

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