La riforma istituzionale nella prossima legislatura

Opinioni

Si tratta di un tema al quale bisognerà, certo, tornare a mettere mano nella prossima legislatura, per il bene delle nostra stessa democrazia

In Capitalismo, socialismo e democrazia (1942), Schumpeter riformula la teoria della democrazia attraverso una similitudine con il mercato, immaginando la concorrenza (competizione elettorale) tra diversi imprenditori (i partiti) che cercano di convincere il maggior numero di persone (elettori) ad acquistare (votare) i propri prodotti (candidati e programmi).

La democrazia per Schumpeter sarebbe insomma prima di tutto un metodo, una procedura attraverso la quale i cittadini possono ogni 4 o 5 anni scegliere – sulla base dell’offerta data – chi li governa; ad ogni elezione, se soddisfatti dell’operato dei propri eletti continueranno a votarli, se insoddisfatti delle decisioni prese o se convinti maggiormente da qualcun altro potranno cambiare e dare il proprio voto ad altri. Un modo molto lineare di descrivere il processo democratico, che tiene in gran conto gli eletti nella loro responsabilità (proprio nel senso di capacità di rispondere) di fronte ai propri elettori, in merito a scelte compiute, risultati ottenuti, promesse mantenute o meno, etc.

Ma è davvero così? In un tempo di rinvigorita frammentazione politica, di governi di coalizione (o addirittura di grandi coalizioni, cioè tra forze appartenenti a campi solitamente avversi, come è ultimamente successo in Germania o in Italia), quanto si è in grado di giudicare le responsabilità dei propri governanti? Quanto è facile spiegare la differenza tra ciò che si sarebbe voluto fare e ciò che si è ottenuto alla luce delle condizioni date (per esempio data la non autosufficienza in Parlamento)?

In un seminale studio sulle democrazie contemporanee, il politologo olandese Arend Lijphart traccia una distinzione teorica tra democrazie maggioritarie (caratterizzate tra le altre cose dall’alternanza al governo di forze opposte e da leggi elettorali maggioritarie; per esempio il Regno Unito) e democrazie consensuali (caratterizzate da assenza di alternanza, consociativismo e leggi elettorali proporzionali; per esempio l’Olanda o l’Italia della Prima Repubblica).

In ottica schumpeteriana, non v’è dubbio che se le democrazie maggioritarie favoriscono la cultura di governo e la chiarezza delle responsabilità di maggioranza e opposizione, le democrazie consensuali – laddove non giustificate dalla presenza di linee di frattura di tipo etnico, religioso o culturale (come in Belgio o in Svizzera) – tendono a far cadere le responsabilità su tanti o tutti (e quindi paradossalmente su nessuno), rischiando di far precipitare il sistema politico in una notte in cui tutte le vacche sono nere.

Fallita la riforma costituzionale del 2016, il problema della governabilità e della chiarezza delle responsabilità dei governanti di fronte ai cittadini rimane purtroppo in tutta la sua gravità, soprattutto a fronte dei bassi livelli di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Si tratta di un tema al quale bisognerà, certo, tornare a mettere mano nella prossima legislatura, per il bene delle nostra stessa democrazia.

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