2016, l’anno della restaurazione mondiale

Opinioni

L’ombra del ritorno alle peggiori pulsioni del Novecento

Comunque si fosse concluso, il 2016 era destinato a esser un anno spartiacque, tanto a livello globale quanto – più modestamente – a livello nazionale: avrebbe potuto segnare la transizione definitiva dalla tarda Seconda Repubblica alla tardiva alba della Terza, invece segnerà – in virtù dell’insindacabile verdetto del popolo sovrano, mobilitato dalle postverità delle opposizioni e motivato da valutazioni di natura perlopiù emozionale e abbondantemente extragiuridiche – il probabile ritorno alla Prima nella sua versione 2.0; il Regno Unito avrebbe potuto blindare la sua permanenza nell’Ue, invece proprio nel 2016 ha avviato le procedure per abbandonarla; poi ci sono Donald Trump, Marine Le Pen, Beppe Grillo e tutti gli altri leader “antiestablishment” che, capitalizzando le pulsioni neonazionaliste o perfino autarchiche insorte come reazioni collaterali alla globalizzazione, promettono – coi dovuti distinguo: ogni populismo ha delle specificità nazionali – una sorta di restaurazione post-rivoluzionaria (la rivoluzione in questione, stavolta, è quella digitale).

Suddette velleità “restauratrici” si respirano ovunque, talvolta si appalesano per quel che sono, spesso le si può individuare in maniera controintuitiva: i contadini del midwest americano e il ceto medio impoverito – quantitativamente e qualitativamente determinanti nella costituency trumpiana – hanno scelto sì un outsider con un’agenda di governo sostanzialmente rarefatta, ma con la certezza che lo stesso avvierà il ritorno a un’arcadia pre-digitale nella quale le aziende non delocalizzano, i redditi sono elevati e l’America, forte di un’indiscussa superiorità politica e tecnologico-militare, esercita indisturbata la propria egemonia in Medio Oriente se non anche nell’intera “sfera atlantica”; gli over 65 che nel Regno Unito, lo scorso giugno, hanno optato per il leave non hanno, in cuor loro, scelto un salto nel vuoto neoisolazionista, al contrario hanno individuato nell’ipotetico ritorno all’Europa preunitaria la risoluzione a qualunque loro problema economico e finanche esistenziale (la loro mentalità è pur sempre permeata di nazionalismo primonovecentesco).

Per quel che ci riguarda, poi, il No al referendum ha blindato per lustri un apparato istituzionale figlio del ‘900, per l’appunto, e l’eventualità non remota che il proporzionale faccia capolino ha solleticato le nostalgie di qualche editorialista già impancatosi a revisionista della Prima Repubblica: la partitocrazia, i mastodontici apparati clientelari e la sedimentazione di un establishment politico-burocratico che sconosceva qualunque forma di alternanza prima ancora che di spoil system erano – si legge – effetti collaterali tutto sommato accettabili, se la modernizzazione procedeva comunque a passo spedito e le grandi opere scivolavano con disinvoltura su ingranaggi ben oliati dalle tangenti.

È facile, dunque, individuare il fil rouge che lega questi abbagli collettivi internazionali: il ritorno a un passato idealizzato, mitologico, quella che gli psicologi definiscono “retrospezione rosea” e che, nella fattispecie, Zygmunt Bauman ha battezzato “retrotopia”, utopia retroattiva. Make America great again, make consociativismo great again ecc… Più semplicemente, parte cospicua dell’opinione pubblica occidentale ha sposato un luogo comune tanto irresistibile quanto esiziale: si stava meglio quanto si stava peggio. Anche le destre illiberali novecentesche, in egual misura antioligarchiche, facevano leva sull’idealizzazione del passato (in quel caso medievale, corporativo).

In realtà, lo sappiamo bene, Donald Trump non è Ronald Reagan, la Brexit non determinerà eo ipso la risoluzione o anche solo il ridimensionamento delle vicissitudini del popolo inglese e – quel che più ci interessa – ripristinare tout court la Prima Repubblica ci avvicinerebbe più alla Grecia e all’Argentina che all’Italia del boom economico: i sistemi più efficienti, al netto di qualunque nostalgia, sono oggi – de iure o de facto – sistemi presidenziali, premierati, democrazie comunque decidenti.

Insomma, il 2016 avrebbe potuto essere l’anno del balzo verso il futuro, rischia di essere l’anno prodromico di una recrudescenza del ‘900: il “secolo breve” che, in spregio alla formula con la quale è stato battezzato, allunga le sue ombre sugli anni ’10 del nuovo millennio (le tensioni contingenti fra Usa e Russia sono, in tal senso, il déjà vu più inquietante).

Non ci resta che sperare che il 2017 determini un’inversione di rotta, segni il definitivo superamento delle postverità – responsabili principali se non esclusive del peggioramento qualitativo delle democrazie occidentali – e riporti i popoli sulla via del buonsenso.

Vedi anche

Altri articoli